Non merito il tuo amore


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Camilla è una donna piena di cicatrici interiori causate da un passato tragico, ma finge una parvenza di serenità per il bene dei suoi genitori. Per accontentarli, accetta di partire per una lunga vacanza in un paesino di montagna dove i pettegolezzi sono all'ordine del giorno e chiunque riceve presto un soprannome. 
In una baita isolata alloggia un misterioso forestiero, ustionato dalla scarica di un fulmine, che in paese chiamano “Il Fulminato”. Camilla lo incontra lungo un sentiero dove, spaventata da un branco di lupi e dall'aspetto minaccioso dell’uomo, cade a precipizio. Lui la soccorre e Camilla capisce che Stefano, così si chiama il suo salvatore, non è affatto pericoloso ma un uomo ferito, dall'animo gentile. Attratti l’uno verso l’altra, iniziano a frequentarsi scatenando allo stesso tempo i pettegolezzi in paese e una passione incontenibile. 
Una storia intensa e drammaticamente romantica che mette a nudo due anime ferite, certe di non meritare l’amore eppure incapaci di resistervi. 


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Capitolo 1


Erano passate solo quattro settimane dal suo arrivo in Val Badia e Camilla si era già guadagnata un soprannome, ma non uno di cui esser fiera, il suo era più un’etichetta che riassumeva la sua vita sventurata. In paese era chiamata la Vedova Bianca.
Era ospite nell’appartamento di un’amica di sua madre, Maria, che era nata a San Cassiano per poi trasferirsi al sud per amore. Ogni estate Maria e suo marito trascorrevano tre mesi in Trentino dove lei godeva della vista delle montagne e lui del clima fresco e rigenerante. Per tre decadi non avevano mai mancato all’appuntamento estivo però quell’anno era nata la loro terza nipotina, rendendo il duemilaquindici memorabile, e così la coppia di neo-nonni era partita per la Francia a trovare la figlia.
Camilla non voleva assolutamente partire per quel paesino sperduto tra i monti. Sua madre però era stata irremovibile e alla fine Camilla aveva ceduto sotto al peso del ricatto morale. La madre sperava che lei potesse trovare pace in mezzo a quelle montagne meravigliose e le aveva ripetuto per l’ennesima volta che meritava un pizzico di serenità, estorcendole la promessa di provarci. Se fosse andata male sarebbe potuta tornare a casa in qualsiasi momento.
Il paesino era incantevole, circondato da massicci su tutti i lati, regalava uno spettacolo mozzafiato. Pur essendo una frazione di Badia, era una nota meta turistica e per questo molto ospitale con hotel, ristoranti, negozi e una deliziosa zona pedonale in cui Camilla aveva spesso vagabondato. In fondo alla via della chiesa si trovava il negozio di Denise, la parrucchiera a cui Maria aveva raccontato la sua storia, che aveva diffuso la notizia. Da lì era nato l’infausto soprannome Vedova Bianca che tutti pronunciavano accompagnato a un mesto sorriso di solidarietà.
Come ogni mattina verso le dieci, Camilla si diresse verso il salone di Denise per la loro consueta pausa caffè. Sbirciò dalla vetrina e vide che c’erano due clienti, una in attesa di pagare il conto e l’altra al lavaggio. Si stampò il solito sorriso gioviale ed entrò, facendo tintinnare le campanelle appese alla porta.
«Buongiorno a tutte.»
«Buongiorno.»
Camilla capì all’istante che la signora alla cassa doveva essere una forestiera, infatti, di fronte alle turiste Denise la trattava con distaccata cortesia. La donna aveva appena terminato di pagare e stava riponendo la carta di credito mentre Denise le porgeva la ricevuta, i migliori auguri di felice vacanza e calorosi saluti. La cliente uscì dal negozio e Camilla cominciò a contare mentalmente, arrivando solo fino a tre, prima che Denise corresse a baciarla sulle guance. Con il suo metro e sessanta, era più bassa di Camilla di dieci centimetri, ma riusciva sempre ad avvolgerla in una stretta burrosa, resa morbida dalle sue curve generose. Aveva un profumo molto intenso, composto dall’odore della crema per il corpo, dalla lacca che usava in quantità industriale e dall’essenza fruttata che si spruzzava generosamente.
«Finalmente un po’ di tranquillità! Non ho potuto evitare di prendere quella cliente, ma le ho fatto la piega più veloce della storia!»
Denise le aveva confidato che evitava di accettare straniere tra le dieci e le undici proprio per non rovinare le loro pause caffè. “Così restiamo tra di noi” aveva detto, come se Camilla fosse una del posto.
«Conosci già Iris? Lavora nel ristornate in piazza, quello con le famose stelline!»
«Sì, ci siamo già incontrate.»
Era una trentenne molto carina, dall’aspetto sbarazzino grazie al caschetto di capelli biondo platino e ai piercing sul naso e sulla lingua. Esibiva una pallina di metallo, proprio al centro, che faceva capolino ogni volta che Iris parlava.
«Allora che cosa ordiniamo stamane? Io ho proprio bisogno di un caffè lungo.» Denise accompagnò le parole con un gesto teatrale a sottolineare quanto fosse stanca. Lo era sempre per qualcuna delle sue disavventure come quando aveva deciso di ridipingere le persiane da sola e senza cognizione di causa o quella volta in cui il gatto era scappato e lei lo aveva cercato fino alle due di notte. «Il solito caffè per te Camilla?»
Denise non controllò nemmeno la sua risposta mentre Iris chiedeva un cappuccio e la pallina sulla lingua spuntava alle parole “con poca schiuma”.
«Chiamo subito Marco al bar.»
Denise ritornò dietro al bancone e afferrò il telefono. Schiacciò un tasto di chiamata rapida, sfilò il vistoso orecchino a clip e avvicinò la cornetta all’orecchio. Come ogni giorno scambiò due battute con il ragazzo del bar e fece l’ordinazione. Camilla si sedette sul divanetto all’ingresso e sorrise a Iris che la studiava sfacciatamente.
«Come ti trovi qui da noi?»
«Molto bene. L’appartamento è confortevole.»
«Hai notizie di Maria? Peccato non averla con noi quest’anno.»
«Si tratterrà a Lione per sei mesi per godersi la neonata e aiutare sua figlia.»
«Un’altra nipotina, sarà al settimo cielo! Sei stata fortunata a prendere il suo appartamento, è proprio in centro paese. Non hai una macchina a disposizione, vero?»
Camilla scosse la testa, preparandosi all’ennesimo terzo grado. «C’è una bicicletta in garage. Ho pedalato un paio di volte fino a La Villa.»
«E riesci a fare la spesa?»
«Sì, compero qualcosa ogni giorno per evitare sacchetti troppo pesanti.»
Camilla si obbligava a entrare nei vari negozi quotidianamente, a volte acquistava solo un paio di panini o della frutta, piccole necessità che la costringessero a vedere altre persone. Grazie a Denise non veniva trattata come una turista qualsiasi, da accontentare tenendo le distanze, ma riceveva sorrisi e saluti cordiali ovunque andasse.
«E nel tempo libero che cosa fai?»
«Mi piace passeggiare e godere del panorama.»
«Mi ha detto Pino che spesso ti vede seduta nei prati a leggere.»
«Sì, mi piace stare all’aperto e porto sempre con me il lettore digitale.»
Prima di partire aveva comprato una marea di romanzi leggeri e divertenti, nella speranza che le migliorassero l’umore.
«Angelo non riusciva a capire cosa fosse da lontano, credevamo un palmare o un altro aggeggio simile.»
Camilla sapeva che i suoi spostamenti e ogni suo gesto erano monitorati, Denise non nascondeva di essere al corrente di dove andasse e cosa facesse. Un giorno le aveva chiesto a che punto fosse con la collana di ametista a cui stava lavorando e Camilla ancora si chiedeva come avesse fatto a saperlo. Presto avrebbe dovuto creargliene una come dono di gratitudine, ma non aveva ancora deciso di che fattura.
«Di che cosa parlate voi due?»
«Di libri.»
«Oh, che noia! Ho io una notizia spassosa da raccontarti.»
Camilla sorrise, pronta a sentire l’ultimo gossip del paese. Anche in una piccola frazione, indaffarata con i turisti, nascevano pettegolezzi quotidianamente e tutti, prima o poi, si guadagnavano un soprannome.
«Ieri Giovanna Rudolòn è andata in farmacia strizzata in un vestitino rosso minuscolo che le copriva a malapena il sedere!»
Un altro punto per la signora Giovanna, la più chiacchierata in assoluto tra le donne. Era la moglie del proprietario di una famosa malga, ma era stata ed era rimasta una donna di città, sempre in giro con tacchi a spillo anche lungo i sentieri. Seguire la moda era per lei più importante che non spezzarsi l’osso del collo e l’altezza dei suoi tacchi cresceva di anno in anno, nonostante fosse caduta spesso. Grazie ai suoi ruzzoloni si era guadagnata il soprannome di Giovanna Rudolòn.
«Doc ha fatto cadere l’espositore con i dentifrici per sbirciarle il seno e pare che sua moglie l’abbia strigliato a dovere!»
«Non che ci fosse molto da vedere, non ha certo le tue misure Denise!»
Iris indicò il seno della parrucchiera che quasi strabordava dalla maglietta attillata e dilatava in modo buffo il logo del negozio stampato sopra. Scoppiarono a ridere e lo stavano ancora facendo quando entrò nel negozio Marco con il vassoio dal bar.
«Quanta allegria, mie belle signore. Che cosa mi sono perso?»
«Stavamo raccontando l’avventura di Giovanna alla farmacia.»
Marco appoggiò il vassoio sul divanetto accanto a Camilla e ghignò al ricordo, ovviamente era a conoscenza del fatto.
«Invece io ho una notizia succulenta di ieri sera che voi di certo non sapete ancora.»
Denise si azzittì all’istante e si avvicinò al barista con sguardo avido, lisciandosi i riccioli tinti di rosso per l’impazienza.
«Dicci Marco, che cosa sai?»
«Ecco un indizio: Martino stava per avere un infarto quando è successo!»
Persino Camilla aveva capito a chi si stava riferendo: il re dei pettegolezzi tra la popolazione maschile era Il Fulminato, uno straniero che si era trasferito nella baita Maso Marco dieci mesi prima e di cui non si sapeva nulla. Doveva avere un’età compresa tra i quaranta e i cinquanta ed era sfregiato lungo tutto il viso e probabilmente il corpo. Quel forestiero misterioso era la spina nel fianco di Martino, proprietario del negozio di alimentari. Lui era l’unico in paese a incontrarlo quando scendeva con il suo fuoristrada a fare provviste e ogni volta da quegli incontri nasceva un pettegolezzo nuovo.
«Il Fulminato!» Gridò Iris come se stesse partecipando a un quiz a premi per vincere un milione di euro.
«Proprio lui! Ieri sera Martino era distrutto. Dice che se non fosse per gli affari, si rifiuterebbe di servirlo.»
«E farebbe bene, è un pazzo e anche sciatto!»
Denise non aveva digerito il fatto che non si fosse mai rivolto a lei per aggiustare il taglio di capelli, nonostante i suoi numerosi tentativi di incontrarlo e irretirlo come cliente. Era stata lei a spingere Martino a chiedergli informazioni e lui aveva ceduto per l’esasperazione. Dopo mesi di stringati convenevoli, gli aveva chiesto qualche informazione personale e si era scoperto che l’uomo ustionato era stato colpito da un fulmine ed era sopravvissuto, un’eventualità rarissima ma non impossibile. Da qual giorno si era guadagnato l’azzeccato soprannome e Denise lo aveva definitivamente bollato come uno sciattone spettinato.
«Ma che cosa ha fatto?» Chiese Iris a bassa voce, come se non fossero da soli nel locale.
«Come al solito è sceso a fare la spesa cinque minuti prima che il negozio chiudesse. Quando Martino è uscito per tornare a casa l’ha visto vicino al fuoristrada che parlava da solo! Poi il Fulminato si è accorto di lui, e…»
«E? Che cosa gli ha fatto?»
«Gli ha aizzato contro il cane, quello più cattivo, e ha continuato a blaterare con se stesso.»
«E la bestia ha morso il povero Martino?»
«No, era legata al guinzaglio ma lui stava per avere un attacco di cuore. Dice che non ha dormito tutta notte per l’agitazione.»
«Ci credo, io sarei morta! Mi batte forte il cuore solo a sentire la storia!»
Marco sbirciò il “cuore” di Iris, ma non sembrò colpito da quella vista e virò subito su Camilla. Lei fece finta di non accorgersene mentre fissava il suo riflesso nello specchio di fronte. Quel giorno indossava un paio di jeans, scarpe da ginnastica e un’anonima felpa blu che nascondeva le sue forme aggraziate. Aveva lasciato i capelli sciolti sulle spalle e non si era truccata anche se i suoi occhi, marroni come il cacao, non avevano bisogno di maquillage per spiccare. Lo specchio le mostrava qualche ruga d’espressione intorno alla bocca dalle labbra carnose e rosa scuro, che non avevano bisogno di alcun rossetto per attirare l’attenzione. Marco infatti vi indugiò qualche attimo prima di tornare a guardare le altre signore presenti per congedarsi.
«Su signore, animo! Vi lascio ai vostri caffè. Denise passo più tardi per il vassoio.»
Mentre il barista usciva dalla porta, Camilla si chiese nuovamente che aspetto avesse il Fulminato. Prima di quel pettegolezzo Martino assicurava che non fosse pazzo, almeno non in modo evidente come era stato il Vecchio Zòpega che zoppicava in giro per il paese con il suo bastone intagliato a mano e sentendo le voci. Tuttavia il fatto che vivesse in totale solitudine e fosse stato colpito dalla saéta non deponeva a suo favore e così si era sparsa la voce che fosse un uomo pericoloso, assolutamente da evitare.
  

Capitolo 2

  
L’ultimo venerdì di maggio Camilla aveva deciso di avventurarsi lungo il sentiero verso il rifugio Fanes. Il parco naturale le era stato raccomandato come il più bello in assoluto della Badia. Le parole esatte erano state “è un paradiso dove si respira pace e armonia” e quell’idea l’aveva colpita immensamente. Da ormai venti lunghi anni erano sensazioni completamente estranee per lei e aveva pensato che sarebbe stato meraviglioso poter imbottigliare un po’ di “aria di pace e armonia” per annusarla nei momenti di bisogno. Ma la verità era che nemmeno si ricordava cosa si provasse ad essere in accordo con l’universo e in equilibrio con se stessa.
Per tre settimane aveva tergiversato con la madre al telefono, adducendo mille scuse per la mancata gita. «Mamma il tempo è incerto, potrebbe piovere.»
«Stiamo controllando le previsioni ogni giorno e domani sarà bello, vero Ninì?» Camilla aveva sentito il tipico borbottio del padre dall’altro lato della cornetta. «Tesoro perché non ci vai domani, non hai altri impegni, vero?» La madre non aveva nemmeno atteso una risposta prima di continuare. «Maria dice che si possono vedere le aquile reali. Non ti piacerebbe avvistarne una? Portano fortuna, tesoro mio!»
Come se Camilla potesse davvero credere nella fortuna oppure la buona sorte potesse dimostrarsi benevola verso di lei.
«Il sentiero è lungo e impervio.»
«Non sembrava così complicato sulla guida, vero Ninì?» Altro brontolio indistinto in sottofondo.
«Dai mamma, non ho nemmeno l’attrezzatura adatta!»
La madre aveva mugugnato prima di desistere e cambiare argomento. Camilla credeva di averla fatta franca invece aveva ricevuto un pacco con degli scarponi nuovi e due bastoni simili a quelli per sciare. Il generoso dono era stato acquistato, su commissione di sua madre e tramite Maria, da Denise che aveva spiegato a Camilla l’utilizzo dei bastoni oltre a fornirle una piantina con segnato il sentiero. Dopo lo sforzo di tutte le persone coinvolte, Camilla non poteva più evitare la scarpinata ma almeno voleva affrontarla da sola. Per questo non aveva detto a nessuno del suo progetto, pianificando di fermarsi al negozio di Denise al ritorno per fare il resoconto della giornata. Sarebbe stato un racconto entusiasta, arricchito magari dalla comparsa di qualche aquila, che Denise avrebbe riferito a Maria per infine giungere alle orecchie ansiose di sua madre. A volte Camilla si sentiva affaticata dalle bugie che inventava a profusione per accontentare i suoi genitori, ma non poteva farne a meno. Loro avevano bisogno di vederla serena, d’altro canto lei non trovava pace e così la menzogna era l’unica strada percorribile.
Non avendo più scuse, quella mattina all’alba Camilla indossò la sua tenuta da camminata, riempì lo zaino con l’occorrente e attraversò il paese salendo verso nord dove iniziava il sentiero. Il sole splendeva limpido nel cielo promettendo di regalare un’altra giornata calda come ce ne erano state tante in quella stagione anomala. Quando trovò le segnalazioni del sentiero cominciava a sentirsi accaldata e aveva già tolto la giacca. Non aveva incontrato anima viva, del resto era lunedì mattina, ma il silenzio e la solitudine erano buone compagne mentre camminava come un automa e si perdeva nei ricordi. Quando era sola non doveva mentire, la maschera cadeva e restava solo lei, un guscio vuoto desideroso di andare alla deriva. Le reminescenze del suo passato le aleggiavano intorno come fantasmi silenziosi, a volte non erano pensieri coscienti ma erano presenti, sempre.
Era così assorta nel passato da non accorgersi immediatamente dei rumori provenienti dalla curva successiva. Le braccia si muovevano da sole e i bastoni affondavano nel terreno a un ritmo serrato mentre il respiro diventava affannato, ma non voleva fermarsi. Quando Camilla terminò la curva e iniziò il tornante successivo, era troppo tardi per scappare. Tre lupi occupavano il sentiero a pochi metri di distanza. Erano enormi e avevano i denti scoperti in un ringhio che le fece venire la pelle d’oca mentre una scossa di adrenalina le attraversava il corpo dalla testa ai piedi. Per un secondo Camilla si distrasse a osservare la pelle e i peli ritti sulle braccia mentre le ginocchia le tremavano per la potenza di quell’emozione. Provare qualcosa, persino paura, era un’esperienza che aveva quasi dimenticato.
Indietreggiò di colpo, spostandosi sul lato esterno del sentiero mentre le belve la fissarono come qualcosa di buono da mangiare. In quell’istante fu certa che sarebbe andata così e non la stupì affatto l’ironia della sorte, aveva sfidato il destino cercando un luogo di pace e armonia quando non meritava altro che dolore e, nel caso specifico, essere sbranata da un branco di bestie selvagge. Le risuonarono nella mente le parole di sua madre: “meriti un po’ di serenità figlia mia, nonostante tutto, tu la meriti.” Il fato non era d’accordo e Camilla sapeva di non meritare niente.
Infine lo vide. Era alto e incedeva minaccioso mentre scendeva lungo il sentiero guardando in basso, il cappello calcato sugli occhi. Muoveva i piedi affondandoli con rabbia nel terreno, come un generale in marcia sul campo di battaglia e vestito di verde militare sembrava davvero il comandante di un esercito. Lui non l’aveva ancora notata, ma Camilla sapeva chi aveva di fronte. Era il Fulminato.
Le tornarono alla mente i pettegolezzi che aveva sentito e la testa si riempì di parole allarmanti: pazzo, pericoloso, bestia. I battiti cardiaci aumentarono la loro corsa tanto che li sentiva rimbombare nelle orecchie e le sembrò che il cuore le potesse schizzare fuori dal petto. In passato Camilla aveva sperato di risvegliarsi dal sonno dei sensi in cui era caduta, ma si era immaginata una lenta rinascita, come un fragile germoglio che sbuca nelle neve e cresce piano. Invece era vittima di un bombardamento sensoriale terrificante che la stava gettando nel panico. A peggiorare la crisi, i lupi ringhiarono di nuovo emettendo un verso agghiacciante e l’uomo alzò lo sguardo. Due occhi di ghiaccio fissarono ostili quelli di Camilla che d’istinto spostò il piede indietro di un passo e di un altro ancora. Poi non sentì più la terra sotto allo scarpone, solo il nulla, mentre precipitava e un urlo di terrore lacerava l’aria, ma non era stata Camilla a gridare. Era stato lui. Il Fulminato.



Capitolo 3

  
Camilla si sollevò sui gomiti, intontita a causa dei colpi presi, rotolando lungo il pendio e per un secondo non sentì nulla, come se il suo corpo non le appartenesse più. Una voce roca e graffiante la sollecitava, chiedendole di pronunciare il proprio nome. Il suo cervello annebbiato cominciava a rimettere insieme i pezzi mentre segnali di dolore giungevano dalle parti periferiche. Improvvisamente Camilla ricordò tutto e alzò gli occhi di scatto per incontrare quelli azzurri e freddi del Fulminato. Il suo sguardo allarmato lo mise all’erta perché distolse subito gli occhi, smise di toccarla e alzò le mani in segno di pace.
«Non le farò del male, voglio solo aiutarla.» Continuava a fissare il terriccio su cui Camilla era semisdraiata e lui accovacciato al suo fianco, ma sembrava attento a percepire ogni suo respiro. «Mi capisce? Voglio solo aiutarla. Come si sente, prova dolore da qualche parte?»
Camilla riusciva a vederlo solo di profilo e parte del suo viso era coperto dal cappello verde militare e dal colletto della camicia di flanella. La pelle della guancia era rugosa e striata da segni rossi e anche il naso era stato in parte colpito. Non era un bello spettacolo da osservare, ma il fatto che lui eludesse il suo sguardo e continuasse a fissare la terra le provocò un’emozione strana. Che cos’era, forse una punta di solidale dispiacere?
«Sa dirmi come si chiama?»
Finalmente Camilla si riscosse e balbettò il suo nome. Lui si voltò a guardarla solo per un secondo, come se sapesse chi lei fosse, prima di distogliere nuovamente lo sguardo. Stringeva le dita della mano destra a formare un pugno e Camilla notò che anche lì la pelle era martoriata. Si chiese se provasse dolore per quelle ferite o se avesse completamente perso la sensibilità.
«Riesce a mettersi seduta?»
Camilla annuì ma lui non poteva vederlo. «Mi dispiace per prima, ero disorientata e mi sono spaventata. La prego si volti.»
L’uomo sussultò e quando scosse la testa per dissentire, Camilla si sentì ancora più solidale con lui. Sapeva cosa si provava ad essere giudicati per il proprio aspetto, anche se lei ne aveva beneficiato. Le persone restavano colpite dalla sua bellezza classica e dalla sua educata riservatezza e non vedevano altro di lei, associando al lato esteriore un aspetto interiore che doveva essere altrettanto bello. Spesso aveva urlato dentro di sé “non sono perfetta, sono umana! Se solo sapeste che cosa ho fatto!”, ma agli occhi degli altri prevaleva sempre l’aspetto angelico.
«La prego, ho bisogno di aiuto per alzarmi.»
A quella richiesta Il Fulminato si voltò con un movimento riluttante e finalmente le mostrò il viso per intero. Anche dall’altro lato era ustionato, ma in maniera meno estesa. Solo la  parte vicino all’orecchio era stata bruciata mentre l’occhio e la bocca si erano salvati. Le iridi erano di un azzurro chiarissimo e continuavano a non guardarla, se non per brevi attimi. La situazione era alquanto ridicola.  
«Posso toccarla, solo per sostenerla?»
«Sì, grazie.»
L’uomo si alzò in piedi e infilò delicatamente le mani sotto alle ascelle di Camilla mentre lei cercava di rialzarsi. Per fortuna la sosteneva perché la pendenza e il terreno friabile sotto ai piedi l’avrebbero fatta cadere di nuovo. Era molto forte e alto, anche se non riusciva a capire quanto più di lei a causa del dislivello.
«Riesce a camminare? Dobbiamo tornare sul sentiero.»
«Credo di sì.»
«Tenga i bastoni.» Glieli porse dopo averli recuperati da terra. «Mi dia lo zaino. La sorreggo io, va bene?»
«Grazie.»
Faticosamente cominciarono a risalire i metri che Camilla aveva percorso ruzzolando. Un veloce inventario le confermò che era ancora intera, a parte una sbucciatura sul ginocchio sinistro dove il pantalone era strappato e dei graffi lungo il braccio destro da cui colavano strisce di sangue fino al polso. Improvvisamente Camilla ricordò il motivo della caduta. L’adrenalina che le circolava in corpo ebbe un nuovo picco e si bloccò sul posto.
«I lupi.» Camilla non riuscì ad aggiungere altro mentre si guardava intorno in cerca delle bestie, ma non ce n’era traccia. Aguzzò l’udito ma non sentì alcun suono che potesse ricondurre a loro.
L’uomo sospirò e parlò con voce incerta. «Mi dispiace per i miei cani. Li avevo lasciati liberi credendo non ci fosse nessuno.»
«Sembravano proprio lupi veri.»
«Sì, ma non lo sono. Sono addomesticati e molto ubbidienti.»
«Dove sono?»
«Li ho legati lungo il sentiero. Non abbia timore, non ci avvicineremo però vorrei accompagnarla per un pezzo verso valle.»
«Sto andando alla vetta della pace.»
«Dove?»
«Mi scusi, intendevo il Fanes.»
«Manca molta strada e non è mai bene camminare da soli. Comunque per oggi è meglio che si riposi. La riaccompagnerò per un tratto, quasi fino al paese. Nello zaino ho anche qualcosa per disinfettare il braccio e la gamba.»
«Va bene, grazie.»
Continuarono la salita in silenzio, a passo lento, finché non raggiunsero il sentiero. Appena li scorsero i lupi cominciarono ad abbaiare, ma un solo fischio da parte del loro padrone li azzittì. Uggiolavano e giravano in cerchio per quanto i guinzagli glielo permettevano. Erano legati a un albero a pochi metri di distanza. Probabilmente avevano i collari e se Camilla li avesse notati, si sarebbe evitata lo spavento. In teoria. Li osservò,  sembravano davvero lupi con il pelo grigio chiaro, il muso appuntito, le orecchie triangolari e i denti aguzzi. Ricominciarono ad emettere strani suoni e vennero di nuovo zittiti dal loro padrone. Forse stavano piangendo, forse volevano avvicinarsi a lui o non amavano essere legati.
«Si sieda su quella roccia così le disinfetto le ferite.»
Camilla ubbidì e si accovacciò su un grosso masso sempre fissando i lupi che non erano veri lupi. «Sono bellissimi. Di che razza sono?»
«Cane lupo cecoslovacco. In effetti in origine sono stati incrociati con dei lupi per dargli la loro forza e resistenza.»
«Non sono pericolosi allora?»
«Affatto. Non abbia paura dei miei cani e comunque sono legati. Quando ripartiremo staremo indietro e la seguiremo da una certa distanza.»
Il pensiero riempì Camilla di tristezza anche se non riuscì a capirne il motivo, in fondo era una proposta più che ragionevole visto che si trovava in compagnia di bestie pericolose che appartenevano a un padrone ancora più letale.
«Ecco il disinfettante, vuole fare da sola?»
Camilla afferrò la boccetta di liquido verde e una garza e cominciò a ripulirsi il ginocchio attraverso il buco enorme di stoffa stracciata. Svolgere la stessa operazione sul braccio destro era però complicato.
«Non ci arrivo, potrebbe aiutarmi?»
L’uomo aveva assistito in silenzio ai suoi gesti e annuì immediatamente. Versò un’abbondante dose di disinfettante su una garza nuova e la avvicinò con cautela alla pelle.
«Le faccio male?»
«No.» sussurrò Camilla, stupita del suo tocco gentile.
Per essere un uomo di stazza robusta era molto delicato. Sul sentiero pianeggiante si era resa conto che lui la superava di almeno venti centimetri benché con il sue metro e settanta non fosse una donna bassa. Quando i graffi furono disinfettati Camilla sentì l’alito dell’uomo sulla pelle mentre soffiava come se fosse una bambina e dovesse cacciare il bruciore. Inspiegabilmente le si inumidirono gli occhi e in quell’istante Camilla comprese che tutte le chiacchiere riguardo al Fulminato erano pettegolezzi infondati. Si vergognò di averci creduto senza porsi dubbi. Probabilmente la  riservatezza dell’uomo aveva infastidito le persone del paese che avevano creato un’identità falsa per lo straniero di cui non si conosceva nulla. Proprio lei che era stata per anni al centro dei pettegolezzi, avrebbe dovuto sapere che le dicerie spesso risultavano infondate e crudeli. Non avrebbe mai più pensato a lui come al Fulminato, ma a una persona gentile che l’aveva aiutata in un momento di bisogno.
«Come ti chiami?»
La domanda lo sorprese, forse perché improvvisa o forse perché Camilla gli si era rivolta dandogli del tu.
«Stefano Avati.»
«Io sono Camilla Ghezzi.»
«Sì, lo so.» La risposta secca avrebbe dovuto scoraggiarla, ma il sorriso che scorse sulle sue labbra le diede coraggio. Fu solo un lampo ma gli illuminò il viso. Erano in mezzo a un bosco e lui l’aveva appena aiutata anche se Camilla era stata così stupida da spaventarsi alla sua vista e cadere a precipizio.
«Stefano, vorrei conoscere i tuoi cani. Possiamo avvicinarci per favore?»
Questa volta il sorriso durò almeno tre secondi e Camilla si stupì a ricambiarlo. Stefano si voltò in direzione del branco e le fece cenno con il braccio di avvicinarsi. I cani si agitavano come se fossero stati separati per giorni e non vedessero l’ora di riunirsi a lui. Si avvicinò e accarezzò la testa del più grosso, di certo il capo branco.
«Questo è Brick.»
«Brick, non è un nome che incute paura.»
«Infatti lui è un cucciolotto che non fa per nulla paura. Ha due anni. Quello è Buck invece muso bianco è Bree.»
Affondò a turno la mano nel folto pelo grigio tra le orecchie e diede una grattata energica mentre gli animali rispondevano con entusiasmo.
«Posso accarezzarli?»
«Avvicinati piano. Allunga la mano e lascia che ti annusino. Non temere e non fare gesti improvvisi. E non urlargli contro.»
Di certo non si sarebbe messa a strillare contro un lupo così grosso, figurarsi contro tre. Stefano si accovacciò accanto a Bree e le mise le mani attorno al collo in un abbraccio che aveva tutta l’aria di un secondo collare. Camilla comprese che era lei la predestinata e si avvicinò con il palmo della mano aperto e rivolto in alto. Due occhi color ambra la studiarono sospettosi poi un naso umidiccio e freddo le sfiorò la mano.
«Brava, stai buona Bree. Ecco, avvicinati pure ora.»
Camilla ubbidì e si ritrovò la mano affondata nella pelliccia morbida di Bree quando questa si voltò di fianco.
«Lei è molto docile e affettuosa. Nel branco si fa rispettare ma è anche una coccolona.»
Stefano diventava loquace quando parlava dei suoi cani e la voce gli si addolciva un poco. Camilla spostò l’attenzione su Brick, ma un breve ringhio e la sua espressione di sfida la fecero desistere dall’idea di toccarlo.
«Si sta facendo tardi, è ora di tornare.»
Senza aggiungere altro Stefano si alzò e staccò i collari dall’albero. I cani iniziarono a tirare e lui subito li sgridò per regolare il passo al suo ritmo. Camilla si rimise lo zaino in spalla e iniziarono a scendere insieme. Per la mezz’ora successiva ripercorsero la parte di sentiero che Camilla aveva battuto all’andata e Stefano non le rivolse più la parola. Quando arrivarono all’inizio del sentiero, dove cominciavano i segnali giallo-rossi, Stefano si arrestò di colpo.
«Da qui puoi proseguire sola.»
«Certo, grazie per avermi aiutata.»
«Dovere.»
«Ok, allora ciao.»
«Ciao.»
Si era già voltato e stava per risalire quando la stupì con un invito, o almeno Camilla lo interpretò come tale.

«Noi andremo al Fanes tra tre giorni. Se vuoi, il primo giugno alle sei e mezza, nel punto in cui sei caduta.» Non le diede nemmeno il tempo di rispondere e ricominciò a camminare a passo spedito.

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