Leggere Sammy: primi capitoli!



Prologo

6 Giugno 2013 - Gavirate

Salutare una persona cara che parte per un lungo viaggio è davvero difficile, specialmente se è una delle due migliori amiche che hai al mondo. Conosco Margherita da tanti anni e se mai mi avessero detto che un giorno avrebbe mollato tutto su due piedi per andare a vivere in Giappone, avrei riso a crepapelle. Eppure eccola che si allontana, verso una nuova eccitante vita a diecimila chilometri di distanza. Certo il fattore Tazio non è da sottovalutare: è stato il suo collega e migliore amico per anni e ora, finalmente, stanno insieme. Megs è perdutamente innamorata e io incrocio le dita per lei. Se mai lui dovesse tradirla in qualsiasi modo, lo raggiungerò in suolo nipponico e lo appenderò per le palle alla torre di Tokyo!
Comunque eccomi qui, ad ammirare la mia prevedibile amica buttarsi in un’avventura mentre io resto a casa a occuparmi di affittare il suo appartamento. Come mai lo abbia chiesto proprio a me, è un mistero. Ero certa che avrebbe affidato questo compito a Sabrina, la nostra migliore amica, che la eguaglia in precisione e perfezione. Oppure ai suoi genitori o al suo antipatico futuro cognato o a chiunque altro. Invece questa incombenza è toccata a me, l’imprevedibile e inaffidabile Francesca Mare!


1 

L’ultima coppia che si è presentata per vedere l’appartamento era la peggiore di tutte: un aspirante batterista che vuole trasformare la cameretta in sala prove e una ballerina che ci vorrebbe installare un palo per la pole dance. Li prenderei come inquilini solo per vedere la reazione di Tommasina che abita al piano di sopra, sarebbe divertente assistere alla lotta tra un’arzilla ottantenne e quei due pseudoartisti. Cederei alla tentazione se solo l’appartamento non appartenesse a una delle mie migliori amiche.
Prima di trasferirsi a Tokyo con il suo fidanzato, Megs mi ha pregata di seguire l’agenzia che si occupa di affittare il suo appartamento e di fare attenzione a chi scegliere. Ci tiene molto perché quel trilocale è la casa che ha comprato come segno di indipendenza dopo una brutta rottura con il suo ex. Era un grandissimo bastardo che avrei volentieri evirato e l’aveva fatta quasi a pezzi, ma per fortuna Megs aveva me e Sabrina a confortarla e il suo migliore amico a coccolarla e farla innamorare come non mai.
Auguro loro ogni bene anche se, onestamente, non credo nell’anima gemella e nel lieto fine. Sono tutte fiabe inventate per i bambini e lo so perché me lo ha insegnato un uomo, proprio colui che credevo un cavaliere bianco, senza macchia né paura, mi ha impartito questa lezione molti anni fa.
Le campane della chiesa di Gavirate battono sei rintocchi sottolineando il mio notevole ritardo. Avevo appuntamento in agenzia immobiliare trenta minuti fa, ma sono certa che sarò perdonata.
«Buonasera Francesca.»
«Salve Mario, mi scusi per il ritardo.»
«Non importa, ho sbrigato alcune pratiche burocratiche nell’attesa.»
Come volevasi dimostrare: quando ho a che fare con persone di sesso maschile è tutto molto facile perché sono esseri semplici e prevedibili. Con le donne ho qualche problemino in più, ma solo perché si mettono in competizione e perdere non piace a nessuna.
«La trovo in splendida forma come sempre. Come sta?»
«Molto bene grazie. Ha fissato un appuntamento stasera?»
«Sì, abbiamo giusto il tempo di raggiungere la casa.»
«Aveva calcolato che non sarei arrivata all’ora prestabilita. Allora ha imparato a conoscermi.»
«Certo cara, lei è sempre puntualmente in ritardo, ma è troppo squisita per essere rimproverata. Ci incamminiamo?»
Mario apre la porta e mi cede il passo poi in strada lo seguo mentre si dirige a piedi verso la nostra meta. È il proprietario dell’agenzia immobiliare a cui si è affidata Megs. Gli uffici si trovano a pochissimi passi dall’appartamento così per gli impiegati è facile fissare appuntamenti con possibili inquilini. All’inizio, ormai un mese fa, era Massimo a occuparsene, un ragazzo giovane e appena assunto, ma quando ho visto le sue difficoltà a guardare negli occhi le persone ho capito che non avrebbe mai centrato l’obiettivo. Però Megs ha bisogno dell’affitto per pagare il mutuo così sono intervenuta.
Sapevo che avrei trovato una soluzione, convincere gli uomini a fare quello che desidero è un compito talmente facile da essere noioso a volte. Persuadere il direttore a occuparsi personalmente del caso è stato un gioco da ragazzi. Mario è il classico cinquantenne padre di famiglia in crisi di mezza età e ha iniziato a sbavarmi dietro non appena ho varcato la soglia del suo ufficio. Si limita a radiografarmi con lunghe occhiate e a farmi complimenti galanti. Non andrà mai oltre perché non è il tipo che tradisce la moglie e tutto sommato è un brav’uomo, comunque non invidio la sua donna.
«Stasera incontreremo una persona speciale che credo sarà quella giusta. Purtroppo è disabile, ma ho verificato personalmente le misure e l’appartamento è adatto.»
L’immagine di un ragazzo stupendo che sfreccia in pista ciclabile sulla sua sedia a rotelle mi riempie la mente. L’ho visto solo due volte e in entrambe le occasioni mi ha colpita come una folgore, così come in questo momento mi sto innervosendo al solo pensiero di rivederlo. Si chiama Leonardo e sono certa che si tratti di lui. Mario continua a blaterare di pedane per la cucina e piccoli adattamenti per il bagno, assicurandomi che rendere la casa perfetta per un disabile comporterà modifiche minime e reversibili. Afferro le parole a stento finché Mario pronuncia il suo nome.
«Leo è un bravissimo ragazzo, molto affidabile.»
«Quanti anni ha?»
«Ventiquattro. È più giovane dei requisiti della sua amica, ma garantisco che tratterà l’appartamento nel migliore dei modi.»
Tra le richieste di Megs c’erano anche dettagli su età e stato civile dove escludeva assolutamente i single, ma solo di sesso maschile. Il documento che ha stilato è più lungo e approfondito delle specifiche tecniche di un telescopio della Nasa e rispettarne i vincoli è una missione impossibile. Per questo ho ragionevolmente deciso di ignorarla in toto, ovviamente senza mettere al corrente Megs altrimenti non dormirebbe la notte per la preoccupazione. Le mie domande in realtà hanno il fine egoistico di soddisfare la mia curiosità.
«Vuole viverci solo o con una ragazza?»
«No è single, ma sua madre e gli altri parenti lo aiuteranno nella gestione della casa.»
«Conosce la sua famiglia?»
«Sono molto noti nella comunità, una famiglia ammirevole. La madre è impegnata nel volontariato così come le due figlie maggiori e una suona nel coro della chiesa. Leo era un atleta promettente prima dell’incidente.»
«Che cosa gli è accaduto?»
Non riesco a evitare di fare domande anche se conosco già la storia dell’incidente d’auto con un altro automobilista ubriaco, avvenuto quando Leo aveva solo ventidue anni. Non riesco a immaginare come si possa vivere su una sedia a rotelle e continuare a sorridere eppure lui irradia gioia come la persona più felice al mondo.
Mario ricalca più o meno il mio pensiero e aggiunge che Tommasina sarà felice di averlo come vicino, vantaggio da non sottovalutare visto che possiede gli altri tre appartamenti dello stabile e si dimostra davvero ostile con chi non apprezza. Non appena arriviamo di fronte alla casa lo vedo, davanti al cancelletto di ingresso mentre chiacchiera amabilmente con Tommasina.
È ancora più bello di come ricordassi con i capelli lisci e neri e gli occhi più azzurri di un laghetto di montagna. Ha la pelle abbronzata e un sorriso genuino che ti mette subito a tuo agio. Sembra essere alto e ha il petto e le braccia muscolose, messe in risalto da una maglietta a mezza manica piuttosto attillata. Le gambe magrissime sono nascoste da un paio di pantaloni larghi.
Ci sorride e saluta cordialmente mentre Mario lo ricambia con tono allegro e pone i suoi ossequi all’ottuagenaria Tommasina. Mi avvicino e gli stringo la mano: la sua stretta è calda e forte mentre la mia purtroppo risulta impacciata.
«Piacere di conoscerti, io sono Leonardo Ghini.»
«Francesca Mare. Piacere mio.»
Non si ricorda che ci siamo intravisti già due volte e questo mi infastidisce, di certo non capita spesso che un uomo si dimentichi di me.
«L’appartamento è di una tua amica? Credo di conoscerla di vista anche se non ci siamo mai parlati.»
«Sì, lei è all’estero e me ne occupo io. Anzi lo fa Mario a dire il vero.»
Nel sentirla nominare, Tommasina si intromette immediatamente con gli occhi che le brillano.
«Mi manca molto Margherita, ma sono felice che stia con Tazio Federico. Lui è quello giusto e spero di assistere presto al loro matrimonio.»
«Allora sarà felice di sapere che Taz le ha fatto la proposta.»
«Oh ma io so tutto mia cara, ci scriviamo via e-mail
Il fatto che abbia pronunciato la parola come la si scrive in inglese mi fa sorridere e Tommasina si indispettisce pensando che la stia prendendo in giro.
«Non sono così fuori dal mondo e dalla tecnologia come credi, mia cara.»
Questa volta l’appellativo suona poco affettuoso e Mario mi salva proponendo di iniziare con il tour dell’appartamento. Entriamo in tutte le camere e, anche se il tono di Mario è più informale, il copione è lo stesso. Due camere ampie e luminose, cucina abitabile, salotto, bagno spazioso con box doccia enorme e utilissimo sgabuzzino oltre che al giardino sui due lati. Non mi importa molto della caldaia esterna installata solo cinque anni fa, ma sono attratta dalla parte che riguarda l’esposizione a sud est. Mario lo sottolinea sempre estraendo la bussola e mostrandola come un tesoro al cliente di turno. In effetti la luce deve essere splendida e mi dispiace che Megs abbia dipinto tutte le pareti di bianco.
«Allora cosa ne pensi Leo?»
«Mi piace molto ed è in una posizione comoda. L’unico mio dubbio riguarda il contratto annuale. Cerco una casa abbastanza definitiva e non vorrei dover traslocare tra dodici mesi.»
«Come ti ho spiegato al telefono è una condizione della proprietaria, ma è solo per precauzione. In realtà pensa di rinnovare l’affitto di anno in anno se tutto andrà bene.»
L’infinita lista di requisiti di Megs fa sempre sudare il povero Mario che cerca di aggirarli nonostante sappia che sono scolpiti nella pietra.
«Non so, vorrei fare qualche personalizzazione e mi sentirei meglio con un contratto quadriennale.»
Megs mi ha sottoposta a un corso di formazione improvvisato, ma molto esaustivo, prima di darmi questo compito e la parola modifiche rientra nei requisiti di allerta.
«Che genere di cambiamenti avresti in mente? La mia amica tiene molto alla casa e al mobilio.»
«Niente di eclatante, piccoli accorgimenti per le mie necessità e poi vorrei aggiungere dei colori. Questo minimalismo non mi si addice, vorrei più calore. Qualche quadro alle pareti e fiori in giardino. Magari ridipingere la cucina in una tinta calda.»
«Hai ragione, tutto questo bianco è troppo serio. Fai pure e non ti preoccupare, Megs starà a Tokyo tre anni e dubito che tornerà mai a vivere qui. Questo appartamento è solo la sua ancora, una specie di salvagente mentale, ma non vivrà mai più tra queste mura.»
Mario si rivitalizza e riacquista fiducia per il successo dell’affare, infatti, riparte immediatamente all’attacco.
«Bene, sentito Leo? Lo sapevo che era il posto giusto per te. Allora concludiamo?»
Quando Leo annuisce e sorride, mi abbaglia e mi sento sollevata e felice. Megs sarà soddisfatta e sono contenta che proprio lui si trasferisca qui, anche se non so bene perché.
«Perfetto, allora possiamo fissare un appuntamento in agenzia e firmare le carte. Quando vorresti traslocare?»
«Immediatamente, il prima possibile. Non vedo l’ora Mario. Grazie.»
Si stringono la mano e la faccenda è conclusa: un problema in meno per me.


2 


Per tutta la settimana ho pensato a Leo, al trasloco e soprattutto alle sue parole riguardo ai colori che vorrebbe mettere nell’appartamento. Da quando ha accennato ai quadri che vorrebbe appendere non faccio altro che visualizzare soggetti che mi piacerebbe dipingere. Una miriade di immagini perfette per lui mi vortica nella mente ed è una situazione ridicola perché nemmeno lo conosco e non ho idea di cosa desideri.
Magari è il tipo che appende poster da quattro soldi che riproducono quadri famosi oppure ama le fotografie. Era un atleta e potrebbe ricoprire le pareti di scatti di vittorie famose: un corridore che taglia il traguardo o un ciclista nella volata finale. Sarei enormemente delusa se fosse così e devo conoscere a tutti i costi la verità così ho deciso di fargli visita e domandarglielo direttamente.
Utilizzerò la scusa del mazzo di chiavi che mi sono dimenticata di consegnare in agenzia, non sarebbe corretto conservarne una copia ora che la casa è stata affittata. Il mio riflesso nello specchietto retrovisore ammicca seducente: non voglio fare colpo, ma il mio orgoglio ancora soffre per il fatto che Leo si sia dimenticato di me. Non conosceva il mio nome, ma nessuno ha mai scordato il mio viso. Non voglio essere vanitosa ma nemmeno ipocrita: le rosse attirano sempre l’attenzione e io modestamente sono un bel bocconcino, come mi ripeteva sempre papà.
“Il tuo bel visino sarà un’arma potente quando crescerai cucciolotta. Non farti scrupoli a usarla perché è un mondo duro questo.”
Me lo ripeteva sempre e io ho imparato bene la lezione. La bellezza non apre tutte le porte e non basta ad avere successo, ma di certo non guasta.
Il vestito di lino color verde mela che indosso sarà perfetto per una buona impressione sull’affascinante Leo: è corto al punto giusto e attillato dove serve. Il nome sul citofono conferma che il trasloco è avvenuto. Leo ieri ha passato la prima notte nella sua nuova casa, chissà se era solo o in compagnia. La seconda volta che l’ho visto era con una ragazza molto carina, almeno per chi predilige le biondine acqua e sapone.
Per un secondo la mia convinzione vacilla, forse sono stata troppo impulsiva e ho sbagliato a venire qui. Il mio dito sembra scollegato dal cervello e prende l’iniziativa di suonare: è troppo tardi per ritirarsi, ma forse Leo non sarà in casa in fondo è quasi l’ora dell’aperitivo.
«Sì, chi è?»
«Sono Francesca Mare.»
Per un attimo temo che non si ricordi nemmeno il mio nome, nel qual caso sprofonderei dalla vergogna, ma è impossibile che mi abbia dimenticata, di nuovo.
«Ciao, entra pure.»
La serratura del cancelletto scatta e mi avvio lungo il vialetto. Leo mi attende sotto al portico con la porta aperta. Indossa dei semplici jeans e una t-shirt bianca, ma appare incredibilmente sexy. Arrossisco di nuovo per i miei pensieri inopportuni, forse qualcosa non va in me se trovo così eccitante un ragazzo costretto su una sedia a rotelle.
Leo continua a sorridere e i suoi occhi non lasciano mai i miei. Non mi squadra nemmeno per un istante mentre qualsiasi altro essere maschile avrebbe scrutato le gambe nude o almeno la scollatura. È incredibile che non voglia dare nemmeno un’occhiatina al seno: è il mio pezzo forte e spesso sono stata paragonata a Margot, la protagonista del cartone animato di Arsenio Lupin.
«Che sorpresa. Entra pure.»
«Grazie.»
Leo spinge la sua sedia verso la sala dandomi le spalle e io sbircio in giro notando come alcuni mobili siano stati spostati per agevolare i suoi spostamenti. Con un movimento fluido Leo si volta e mi sorride di nuovo. È proprio bello, anche lui ha un’arma potente nel suo arsenale, peccato per l’incidente che ha subito.
«Come mai da queste parti? Non ci saranno problemi con la tua amica?»
«No assolutamente. Dovevo solo restituirti questo mazzo di chiavi. È rimasto a me, ma spetta a te ovviamente.»
Sono stranamente imbarazzata e quasi farfuglio: io, Francesca Mare che gli uomini li mangio a colazione, sto balbettando di fronte a un ragazzo con la faccia d’angelo che è pure più giovane di me. Gli porgo le chiavi e distolgo lo sguardo per l’imbarazzo. Sbircio i muri e noto con sollievo che non ci sono poster né fotografie orrende.
«Grazie, sei stata molto gentile.»
«Figurati.»
Dovrei aggiungere qualcosa di divertente o almeno porgergli una domanda brillante per andare in tema, ma la mia mente è spaventosamente vuota. Sento il suo sguardo su di me ma non riesco a guardarlo. Sto davvero fissandomi lo smalto corallo e i sandali?
«Posso offrirti qualcosa da bere?»
«Ok. Non vorrei disturbarti.»
«Mi farebbe piacere, vuoi seguirmi in cucina?»
«Certo.»
Devo sembrare proprio una lobotomizzata come i ragazzi imbranati che ci provano con me in discoteca il venerdì sera.
Riprenditi, sei Francesca Mare!
Leo mi sorride in modo incoraggiante e si dirige in cucina con me al seguito, mesta e silenziosa. Una pedana di legno è stata posizionata di fronte al piano di lavoro in modo che Leo riesca ad arrivarci comodamente. Il frigorifero mi sembra troppo in alto per essere comodo e infatti appena lo apre noto che solo la parte bassa è stata riempita.
«Una birra?»
«Perfetto.»
«Bionda o rossa?»
«Scura, grazie.»
«Finalmente due parole, facciamo progressi. Sei in imbarazzo? Mi succede spesso, non preoccuparti.»
Perfetto, Leo pensa che io mi senta a disagio per la sedia a rotelle mentre nemmeno la vedo. Devo assolutamente spiegarmi.
«Non è per il tuo stato. Mi spiace molto per te, ma non mi crea alcun problema. Non è questo.»
Leo apre due bottiglie e me ne porge una poi allunga la sua e batte il collo sulla mia in un brindisi veloce.
«Cosa allora?»
«Le chiavi erano una scusa. Non faccio altro che pensare ai quadri che vorresti appendere e alla luce meravigliosa che c’è in questo appartamento. Sono una pittrice.»
«Davvero? Che bello.»
«Vorrei dipingere i tuoi quadri.»
Leo arrossisce imbarazzato e sembra improvvisamente dispiaciuto.
«Mi piacerebbe poterteli commissionare, ma non me lo posso permettere. Correggo manuali sportivi e lavoro per alcune riviste web. Freelance.»
«Di solito non vado a caccia di clienti. È stato un caso, ma voglio dipingere io per te. Cioè per questo appartamento. Ho delle idee.»
Non riesco a credere di averlo detto: devo sembrare un’adolescente che finge di essere un’artista invece della professionista affermata che sono nella realtà.
«Non sai nemmeno cosa vorrei.»
«Allora spiegamelo.»
«Mi piacerebbe una coppia di quadri da appendere in camera da letto. Il primo che rappresenti il dolore e le difficoltà della vita mentre il secondo ne celebri la gioia e la speranza.»
Non riesco a credere a quello che ho sentito e ho la certezza che devo dipingere io questa coppia di quadri. Non posso farne a meno e non mi importa nulla dei soldi: le immagini sono nella mia mente e bramano per fluire sulla tela attraverso la mia mano. Riesco a visualizzare perfettamente il soggetto, i colori e la luce: saranno due tele a olio.
«Li dipingerò io, non mi importa del compenso.»
«Non so che cosa dire. Mi piacerebbe ma non mi sembra giusto.»
«Potresti farmi pubblicità sulla tua rivista. Inoltre poco prima di Natale terrò una mostra dei miei lavori e mi permetterai di esporre anche i tuoi. Che ne pensi?»
«Scrivo pezzi sportivi e non posso garantirti grande visibilità negli spazi pubblicitari, non sarà efficace per farti conoscere.»
Leo mi guarda con un’espressione stupita e di certo sta pensando che sono una pazza. Forse lo sono a fargli questa proposta: non è professionale, anzi è totalmente insensato.
«Leo tu non mi conosci, ma sono piuttosto affermata nel mio campo. Sette mesi fa ho debuttato con la mia prima mostra e ho venduto molti pezzi. Non sono a caccia di lavoro, ma ho bisogno di seguire questa ispirazione.»
«Va bene.»
«Sul serio?»
«Io ho solo da guadagnarci quindi grazie.»
«Perfetto. Questo è il mio biglietto da visita con l’indirizzo del mio studio e i miei contatti.»
Leo studia il bigliettino colorato che gli ho messo in mano con molta attenzione.
«Che bello. È come il tuo tatuaggio. Che cos’è?»
«Questo è il mio simbolo, l’ho disegnato anni fa.»
Il mio logo è un disegno che feci quando ero ancora una bambina e che in pratica rappresenta me stessa. È una pianta rampicante che non esiste nella realtà con le foglie verdi chiare di forma simile all’edera e i fiori a campanella rossi fuoco. L’avevo chiamata “campanula ederossa” e la disegnavo ovunque tanto che a diciassette anni me la feci tatuare sulla scapola destra. Leo ha un notevole spirito di osservazione per averlo notato.
«Un momento, come sai del tatuaggio? Non si vede con questo vestito.»
Leo arrossisce di colpo e inclina la testa di lato. «L’ho notato quel giorno in cui avevi raggiunto le tue amiche per l’aperitivo in riva al lago. È molto bello.»
Allora mi aveva notata! Un’inspiegabile gioia mi scalda il cuore perché quel giorno indossavo un giubbetto di pelle e sono certa di essermelo tolta solo per pochi minuti. Quindi il tatuaggio è rimasto visibile per un breve lasso di tempo e se Leo lo ha memorizzato significa che mi fissava nonostante la biondina che era con lui. Forse sono davvero troppo vanitosa, ma mi lancerei in una danza della vittoria seduta stante.
«Grazie, questo logo è importante per me. Allora mi metterò subito al lavoro. Non vedo l’ora di iniziare.»
«Stasera? È sabato.»
«L’ispirazione non ha limiti né regole. Ho una voglia matta di iniziare. Ci sentiamo presto allora!»
Leo mi lascia il suo numero e quando ci salutiamo sono sollevata e felice.



Prologo


22 Aprile 2013

Mi resta un minuto di tempo per decidere che svolta dare alla mia vita. Entro sessanta secondi un uomo meraviglioso e molto puntuale busserà alla mia porta. Mi desidera e vuole iniziare una relazione con me mentre io non faccio che pensare a un altro, perfetto ma irraggiungibile.
Questo è uno di quei momenti decisivi che hanno il potere di cambiare il futuro. Forse dovrei semplicemente scegliere me stessa e dire addio a entrambi, ma non posso e la colpa è tutta di un terzo uomo.
“Il buono, il brutto e il cattivo” potrebbe essere il titolo del film di cui sono protagonista, ma forse sarebbe più appropriato: “Il collega, l’ex e l’amico”. Non avrei mai creduto di trovarmi in questa situazione, solo venti giorni fa era tutto diverso.


1


31 Marzo 2013

Il vento soffia sul viso facendomi volare una ciocca di capelli in bocca mentre il sole tiepido mi bacia le guance. Prendo la cannuccia e succhio un sorso enorme di Margarita alla fragola. Sono al terzo giro: il primo l’ho offerto io, il secondo Sabrina e questo Francesca, ma stasera ce ne sarà anche un quarto. È una nostra tradizione e l’abbiamo sempre rispettata: un cocktail offerto a testa e il quarto spetta alla festeggiata.
Oggi sono io. Immagino una riunione stile “alcolisti anonimi” in cui mi alzo, dico il mio nome e il numero di giorni da cui non bevo. Ok, forse con il terzo drink in mano il paragone non regge, ma è così che mi sento.
“Buongiorno, mi chiamo Margherita Bellini e sono pulita da trecentosessantacinque giorni.”
Oggi compio un anno esatto post Riccardo: non è stato facile, ma mi sono disintossicata. Ne sono fuori, ormai nemmeno ci penso più.
«A quella grandissima carogna che ha spezzato il cuore alla nostra amica. Possa morire di una morte lenta e violenta!»
Il brindisi è pronunciato dalla voce limpida e sicura di Sabrina, che appare sempre perfettamente sobria nonostante sia anche lei al terzo giro di Cartizze. Da quando si è sposata, quasi sette anni fa ormai, ha rinunciato ai super alcolici in favore del prosecco. In effetti il flûte che tiene in mano si addice di più al suo aspetto elegante da donna seria e realizzata nella vita. Le bollicine sembrano non farle mai effetto, forse ormai è un’alcolista conclamata: tra gli aperitivi di lavoro e le cenette casalinghe con Raffaele ha sempre un bicchiere in mano.
«Cin cin.»
Sabrina solleva il calice in mezzo al tavolo e Francesca subito la imita, innalzando il suo bicchierone di Gin tonic.
«Prosit.»
Lo esclama sempre e devo ammettere la mia ignoranza: ero convinta fosse un termine russo. Nella mia immaginazione mi figuravo dei ciccioni in cappotto e cappello di pelle di foca tracannare vodka e brindare “Da, da prosit”. Invece pare sia un termine latino: dopo averlo sentito più volte ho controllato su Wikipedia. Stravagante e colta la mia cara amica Francesca. Alzo le spalle e faccio tintinnare il mio calice con i loro.
«Ben detto, alla nostra.»
Il liquido mi scende nella gola lasciando una piacevole scia calda e zuccherina. Siamo nel locale che preferisco, non per l’arredamento o la posizione, ma proprio per il Margarita: il migliore che abbia mai bevuto. Lo servono anche in caraffe e devo ammettere di avere pensato più di una volta di ordinarne una intera con una mega cannuccia.
Comunque eccomi qui con il mio cocktail rosa a ripensare alla mia breve gita nella città rosa, un anno fa. La mia storia ha lasciato a bocca aperta tutti quanti: familiari, amici, colleghi. Eh sì, perché quando hai raccontato a tutto il mondo quanto sei fortunata ad avere un ragazzo che ti porta a Parigi per l’anniversario, al ritorno sarai costretta a fornire un resoconto della faccenda. Inoltre se hai esagerato con i dettagli romantici, tirando in ballo anelli e proposte di matrimonio, non ti stupire di essere sommersa da domande per scoprire come è andata.
Purtroppo io mi ero vantata a destra e a manca del mio week-end magico, insomma me l’ero cercata. Avevo fantasticato ad alta voce riguardo a una proposta di matrimonio recitata in cima alla Tour Eiffel e la cosa peggiore era che me l’aspettavo sul serio. All’inizio, appena rientrata dalla Francia, ho provato a essere evasiva affermando che da tempo le cose non andavano a avevamo deciso di comune accordo di prenderci una pausa di riflessione. Ma chi ci poteva credere? Nessuno. Sono crollata dopo le prime insostenibili scuse e ho raccontato tutto: la mia storia tragicomica è diventata leggenda, passando di bocca in bocca.
«Mi sembra ancora incredibile che quel porco ti abbia mollata sulla Tour Eiffel. Dovrebbe essere soppresso per la stupidità.»
Esclama Francesca con tono molto partecipe, come se capisse davvero cosa si prova anche se non è così. La bella Francesca non è mai stata mollata in vita sua: è lei che scarica gli uomini, sempre.
«In realtà ti ha fatto un favore a liberarti di lui, perché era un cazzone. Io l’ho sempre sostenuto se vi ricordate.»
Sì, Sabrina me l’aveva detto e lo sottolinea a ogni occasione. “Brava Sabrina, stupida Margherita.” Penso avvilita che non è nemmeno stata l’unica ad avvisarmi, ma come potevo salvarmi dal fascino di Riccardo? È il classico ragazzo bello e stronzo, insomma irresistibile come la panna montata sulla cioccolata calda. Intanto Sabrina continua a infierire tanto che fatico a ricordarmi perché siamo amiche.
«Ti ha rovinato Parigi per sempre.»
Ah già, ci conosciamo dall’asilo e le nostre mamme si frequentano a loro volta. In alcuni momenti vorrei non rivederla più visto che non fa altro che sottolineare i miei errori, in modo anche peggiore della mia genitrice. Però è una vera amica, di quelle che ci sono sempre nel momento del bisogno e quindi accetto questo suo lato da maestrina saccente e me la tengo.
«Già, Parigi non ha più alcuna attrattiva per me. Comunque ci sono molte altre città che vorrei visitare.»
Minimizzo sempre quello che è successo perché non mi piace essere compatita, tranne che da me stessa, ma la verità è che Parigi era la mia icona dell’amore romantico e Riccardo me l’ha rovinata. Non c’è altro modo di vedere la faccenda, mi ha spezzato il cuore. Fin da ragazzina tutti i miei sogni includevano un ragazzo perfetto, dolce e forte al tempo stesso, romantico ma virile e ovviamente bellissimo.
La trama del mio film era sempre uguale: grande amore, matrimonio spettacolare e tanti bambini, splendidi come il loro papà. Parigi e la Tour Eiffel erano un set perfetto, il migliore che potessi immaginare, ma ora quando ci penso mi sale l’acido nello stomaco e mi viene la nausea.
«Adesso però devi risalire in sella.»
La perla di saggezza di Francesca mi riporta al presente. Alzo gli occhi al cielo perché so quello che sta per dire: è la sua parte di copione e anche lei la ripete in continuazione. Non so quante volte l’ho sentita: “basta la clausura, ti serve un trombamico e una bella scopata”.
Francesca è molto libera nell’amore, anzi nel sesso perché lei sostiene di non essersi mai innamorata e che nemmeno ci tiene. Ha un sacco di storie, tutte brevi e divertenti, e se un ragazzo non la soddisfa a letto gli dice addio senza ripensamenti.
A volte la invidio per la disinvoltura con il suo corpo e con gli amanti favolosi che riesce sempre a rimorchiare. Certo lei è davvero bella con il fisico slanciato e le super tette. Sono proprio un mistero della natura: una quarta abbondante, sode e all’insù in un corpo magrissimo con la vita da vespa. Mi ricorda Jessica Rabbit, forse anche per i capelli rossi che porta sempre sciolti in ricci ribelli e disordinati che le arrivano poco sopra il seno.
«È inutile che alzi gli occhi al cielo, carina. Ho ragione e tu lo sai. Da quanto tempo non esci con qualcuno? E da quanto non scopi?»
Sono cinque mesi che non ho un appuntamento e molto di più per il resto, a essere precisa trecentosessantacinque giorni. È un punto dolente perché l’ultima volta è stata a Parigi, proprio il giorno prima di essere scaricata e cioè tra il volo di andata, in cui Riccardo meditava sul discorso di addio e la suddetta orazione.
Quel sabato sera avevamo fatto l’amore dopo un’ottima cena in un bellissimo ristorante. Probabilmente mentre io pensavo che Riccardo mi avrebbe chiesto di sposarlo e stavo non avendo un orgasmo, lui stava meditando su come mollarmi nel bel mezzo del suo orgasmo. A ripensarci mi sento ancora tremendamente umiliata.
«Non rispondere, tanto lo sappiamo. È una vita. Non so come fai, io sarei già morta per l’astinenza. Persino Sabrina lo fa più spesso di te.»
«Oh, io sono sposata.»
«Appunto. Le mogli non fanno quasi mai sesso. È una verità assoluta.»
Sabrina sbuffa, ma non nega. Si gira verso di me e mi fissa con quei suoi occhi azzurri con le ciglia lunghe poi annuisce e afferma:
«È sbronza, ma ha ragione.»
«Certo. Ti serve un chiodo schiaccia chiodo.»
Sabrina sorride e la corregge subito:
«Si dice scaccia.»
«Perché? Pensavo si schiacciasse con il martello.»
«No, ti assicuro che è così. È un modo di dire.»
«Ok, come ti pare. Il succo è questo: devi trombare, trombare e ancora trombare!»
Francesca parla con un tono di voce squillante, tanto che delle ragazze a un altro tavolo si girano e ci guardano con compatimento. Evito di farlo notare alla mia amica pazza perché sarebbe capace di raggiungerle e attaccar briga.
«Non ho niente in contrario, solo che scarseggia la materia prima.»
È tristemente vero, non c’è nessuno all’orizzonte e il contatto con un uomo mi manca, anche se più del sesso vorrei le coccole e un abbraccio di quelli che stritolano. Però non sono mai stata brava ad attirare l’attenzione maschile e sono troppo timida per un’avventura fine a se stessa. Prima di andare a letto con Riccardo l’ho fatto aspettare quattro mesi e oltre a lui sono stata con solo due ragazzi.
«Oh dai, quella si trova in un batter d’occhio.»
Esclama Francesca schioccando le dita in aria e facendomi l’occhiolino.
«Per te è facile, ma io…»
«Tu cosa?»
«Lo sai, non ho mai suscitato interesse negli uomini.»
Abbasso lo sguardo mortificata, ma purtroppo è la semplice verità. Quando eravamo all’università e andavamo in discoteca ogni venerdì sera, ero l’unica a non essere mai abbordata da nessuno. Non sono brutta anzi posso obiettivamente definirmi attraente con il mio metro e sessantasei che diventa settanta con un lieve tacco.
La mia non è una bellezza classica, ma sono magra e ho un viso particolare con gli zigomi alti e i capelli lunghi. Sono castani con tante sfumature diverse e la frangia mi conferisce un’aria sbarazzina, così nel complesso sembro più giovane dei miei trentatré anni. Anche i miei occhi sono marroni, ma di una tonalità scura e profonda, eredità dei nonni siciliani.
«Megs è solo perché non ti applichi.»
Ribatte con foga Francesca mentre Sabrina annuisce.
«È tutta una questione di atteggiamento. Se trasudassi disponibilità e voglia di divertirti, ti salterebbero addosso in branco.»
L’immagine mi terrorizza, ma evito di dirlo ad alta voce e comunque Francesca è partita per la tangente e quando fa così è impossibile fermarla.
«Tu invece hai questa aura negativa tutto intorno che allontana gli uomini. Come i cavi elettrici per le mucche nei campi. Un tizio ha paura di avvicinarsi e morire fulminato.»
Ci ho riflettuto spesso e credo che le mie amiche abbiano ragione. Sono diffidente per natura con l’altro sesso ed è probabile che inconsciamente io tenga le distanze da ogni uomo che incontro. Non li lascio avvicinare, sono fredda e distante e so anche di chi è la colpa. Non voglio essere una di quelle persone che accusa i genitori di ogni male, ma in questo caso è tutta colpa di mia madre.
Fin da bambina mi ha fatto il lavaggio del cervello su questo argomento perché lei è rimasta incinta di me molto giovane e così ha dovuto lasciare il lavoro e sposarsi. Mi ha sempre rassicurata sull’affetto infinito che prova per me e mio fratello minore, ma ha anche ripetuto migliaia di volte che devo pensare prima al mio futuro.
Ha sempre insistito sul fatto che fossi troppo giovane per iniziare una storia seria quando ero adolescente, poi finché ero minorenne, dopo fino al diploma, successivamente fino alla laurea e così via. E io ho assorbito questa paura di farmi rovinare da un uomo e così sono stata single per la maggior parte della mia vita. A diciassette anni mia madre si è premurata di portarmi dal ginecologo per la prescrizione della pillola anticoncezionale, anche se non l’avrei usata a quello scopo fino a due anni dopo quando conobbi Filippo.
All’epoca avevo appena sostenuto con successo i primi esami alla facoltà di economia e mia madre iniziò ad agitarsi, prevedendo che per quel ragazzo avrei messo a rischio il mio futuro. Sei mesi dopo avevo lasciato Filippo, affranto e incredulo, perché non capiva il motivo della rottura della nostra storia. Successivamente non c’è stato molto altro degno di nota, a parte qualche flirt innocente e un amante. Tuttavia sapevo fin dall’inizio che con Nataniel sarebbe stata una storia a tempo determinato, visto il suo status di studente Erasmus.
La mia prima relazione seria è stata con Riccardo dopo la laurea con lode e aver trovato lavoro, quando mia madre ha cominciato a pensare che non fosse normale per una giovane donna essere sempre sola. Mi chiedeva in continuazione se non mi piacesse nessuno o perché non provassi a uscire con questo o con quell’altro tizio. Dopo avermi fatto il lavaggio del cervello per vent’anni al fine di tenermi lontana dall’altro sesso, ha cominciato a preoccuparsi di non diventare nonna e non realizzare il suo sogno di avere una grande famiglia da riunire la domenica.
Scaccio questi ricordi fastidiosi dalla mente e senza volerlo una richiesta incredibile mi esce dalla bocca:
«Francy aiutami tu. Farò tutto quello che mi dirai.»


2



Il nostro aperitivo veloce si è trasformato in una cena e così ci siamo trasferite in un ristorante napoletano dove abbiamo mangiato delle ottime pizze con la mozzarella di bufala. Per tutto il tempo abbiamo parlato dei nostri ex, elencandoli dal primo baciato fino all’ultimo conquistato. Per me è l’ennesima conferma di essere una zitella con pochissima esperienza alle spalle.
«Sono persino più inesperta delle quindicenni di oggi.»
«Quelle sono scatenate, noi non eravamo così alla loro età.»
«Sabri sembri una vecchia e tu Megs una sfigata.»
«Devo recuperare il tempo perduto prima che non mi voglia più nessuno. Francy aiutami, è una situazione disperata.»
La mia amica mi fissa allampanata e con la bocca aperta. Non se lo aspettava, del resto le ho assicurato per anni di essere felice da sola e ho sempre disprezzato il sesso occasionale. A questo punto però credo di aver commesso un errore a privarmi del divertimento e voglio porvi rimedio. Anche Sabrina è sconcertata dalla mia richiesta e sorridendo mi accusa di essere ubriaca.
«Sono brilla, ma vedo le cose con chiarezza. Non sono pronta per buttarmi in un’altra storia, ma voglio divertirmi prima che sia troppo tardi.»
Lo dico con talmente tanta disperazione nella voce che le convinco entrambe, oltre che me stessa. Francesca risponde per prima, del resto è lei l’esperta.
«Ok, ho già in mente qualcuno e ti prometto che entro una settimana avrai il tuo stallone personale.»
Mi viene la pelle d’oca immaginando il tipo di uomo che potrebbe presentarmi. Nel suo ambiente sono tutti artisti stravaganti, decisamente con le rotelle fuori posto. Sabrina è sulla mia stessa lunghezza d’onda e mi sostiene immediatamente.
«Per lei non va bene uno dei tuoi amici squilibrati.»
«Non è vero. Li accusi solo perché non condividono la stessa concezione ristretta del mondo come la maggior parte del gregge.»
«L’unica cosa che concepiscono è quante canne fumarsi. Megs è quadrata che più quadrata non si può. Ci vuole uno come lei.»
«Grazie a dio non ne conosco tipi così barbosi. Senza offesa ragazze, ma a parte voi evito come la peste la gente noiosa e prevedibile.»
Queste sue esternazioni sono frequenti, ma di solito facciamo finta di niente. Ci siamo chieste spesso cosa ci abbia unite nel corso degli anni: Sabrina e io siamo simili, con caratteri e percorsi affini, ma Francesca è tutta un’altra storia.
«Chiudiamola qui.»
Ribatte scocciata Sabrina poi beve un sorso di vino come a cercare l’ispirazione e aggiunge:
«Dobbiamo trovare qualcuno nella sua cerchia di conoscenze.»
È l’idea più tremenda che abbia mai elaborato. Le mie frequentazioni sono limitate e non includono uomini single e interessanti da quando gli amici di Riccardo mi hanno tolto il saluto, come se fossi stata io a ferire a morte il loro amico e non il contrario. In palestra conosco pochissime persone perché non ci entro quasi mai, nonostante l’abbonamento annuale che ho pagato per costringermi ad andarci. Prima di Riccardo ero iscritta a un club subacqueo molto numeroso, ma con il passare del tempo ho smesso di frequentarlo perché a lui non piaceva.
Restano solo i colleghi, ma rientrano tutti nelle categorie proibite: fidanzati, sposati, divorziati, troppo vecchi e gay. Non ho nulla contro i divorziati, anzi ne conosco alcuni che sono ottimi partiti e hanno solo sposato la donna sbagliata. Tuttavia mia madre impazzirebbe se portassi a casa un uomo del genere, anche se fosse senza figli.
Sabrina inizia a elencare nomi a caso tra le nostre conoscenze e a ogni tentativo le rispondo con una smorfia tipo “ma sei pazza”, “non se ne parla neanche” oppure “adesso vomito”. Quando nomina Taz sento un brivido corrermi lungo la schiena.
«Lui è completamente off-limits. Siamo solo amici.»
Lo penso sul serio tranne che per un piccolo incidente accaduto un anno e mezzo fa. Tazio Federico Piccini è il mio collega preferito e sì, ha il nome più improponibile del mondo, dono o maledizione del bisnonno. Sua madre lottò per chiamarlo solo Federico o almeno Federico Tazio, ma suo marito fu irremovibile: la memoria del bisnonno andava onorata. Fin da bambino è stato però Taz, come il diavolo della Tasmania o forse per semplice troncamento. Per i suoi compagni di squadra è legato al fatto che è un gran “tazzatore” ovvero tracanna litri di birra quando festeggiano dopo le partite di basket.
Comunque è il mio compagno di scrivania, seduto proprio di fronte a me e i monitor che ci dividono non ci hanno mai impedito di parlare molto più del lecito durante l’orario di lavoro. Solo quando il nostro direttore è nei paraggi rimaniamo in religioso silenzio e fissiamo lo schermo del computer fino a vederci appannato, ma chattiamo lo stesso via mail.
Siamo stati assunti lo stesso giorno: il dieci ottobre duemiladieci, cioè tre dieci di fila a comporre una data catartica per me che sono sempre stata fissata con i numeri. Ci siamo stretti la mano in portineria, abbiamo ascoltato il discorso di benvenuto, fatto le foto per i tesserini identificativi e alla fine siamo stati accompagnati nello stesso ufficio.
Lui era fresco di laurea mentre io avevo un’esperienza pregressa in una piccola azienda: ben due anni! Ovviamente avevo abbellito il curriculum aggiungendo la creazione di business case quando invece riempivo diapositive con la tecnica del “copia e incolla”.
In ogni modo Taz è diventato immediatamente il mio migliore amico. Ci dicevamo tutto e passavamo tanto tempo insieme anche fuori dal lavoro. Era tutto perfetto finché accadde il fattaccio: ero terrorizzata di perderlo, ma grazie al cielo non è accaduto e siamo ancora un fantastico duo.
«Però è carino, non puoi negarlo.»
Non l’ho mai fatto: Taz è proprio una bella persona, sia dentro che fuori, ma ha cinque anni meno di me e siamo amici.
«Lasciatelo fuori. Non accadrà mai.»
Mi vergogno a mentire alle mie amiche, in fondo qualcosa è successo, ma è passata tanta acqua sotto i ponti e abbiamo archiviato l’incidente. In sottofondo sento la voce di Sabrina che continua a elencare nomi di uomini “scopabili” come se fossero gli ingredienti di una ricetta: uova, zucchero, cacao. A un certo punto però nomina la mia fantasia segreta degli ultimi tre mesi:
«L’irlandese del tuo ufficio.»
La pelle si surriscalda e probabilmente assumo una sfumatura purpurea al solo pensiero. Francesca strabuzza gli occhi e ridendo mi chiede delucidazioni. Cerco di darmi un contegno perché non voglio che capiscano il forte turbamento che mi provoca il solo pensiero di Liam O’Neill.
«È un collega nuovo, arrivato da una ditta di Londra circa tre mesi fa.»
«Come si chiama?»
«Liam O’Neill. Metà irlandese, di madre italiana.»
«E com’è questo mezzo irlandese, un guerriero sexy?»
Scoppio a ridere di gusto e con le lacrime agli occhi rispondo dicendo la verità.
«E cosa dovrebbe fare un guerriero sexy alla SpeedLife
È una ditta abbastanza grande che produce mezzi da lavoro di piccole e medie dimensioni. La sede in provincia di Milano dove lavoro io ospita tutta la parte amministrativa e la linea di assemblaggio finale, mentre il resto della produzione è stato trasferito in Polonia circa due anni fa. Inoltre esiste una sede di Roma, ma è per lo più di rappresentanza e vi si svolgono riunioni della dirigenza.
«Ok, ma da come sei arrossita scommetto che è un figo.»
«È un uomo affascinante. Molto alto, ma piuttosto magro. Ha i capelli rossicci e gli occhi azzurri. Un tipo intellettuale, ha due master credo.»
In realtà dal primo momento in cui l’ho visto sono rimasta folgorata e ho subito indagato per scoprire tutto di lui. In una ditta come la mia, con poco meno di duemila dipendenti, è come vivere in un paesino dove si sa tutto di tutti e mantenere un segreto è impossibile. Liam è stato il gossip numero uno per due intere settimane e così ho saputo che ha quarantaquattro anni e un notevole curriculum.
Ha vissuto l’infanzia in Irlanda con il ramo paterno della famiglia poi si è trasferito dalla madre a Lecco dove ha studiato al liceo scientifico, frequentando però il quarto anno negli Stati Uniti. Si è laureato in economia a Cambridge e ha conseguito un master prestigioso a New York. Negli ultimi sei anni ha lavorato e vissuto a Londra e qui arriva la nota dolente, perché sua moglie è inglese. In realtà ho saputo da una fonte autorevole che da pochi mesi è diventata la ex moglie e per questo Liam è tornato in Italia anche se resta un mistero come sia finito alla SpeedLife.
«E ti attizza?»
«Non passa certo inosservato.»
E come potrebbe con quella chioma di fuoco? Ho sempre avuto un debole segreto per i rossi e una volta al liceo mi tinsi io stessa, ma sembravo una carota e stavo malissimo. Oltre al bel viso ha una presenza carismatica, la voce sensuale e l’incedere sicuro di se stesso, come se il mondo fosse suo.
«Sento odore di ferormoni impazziti. Ti piace, ammettilo.»
«Comunque è solo di passaggio.»
La mia principale informatrice è Marina, la segretaria del mio capo, anzi l’assistente personale del direttore, come conviene definirla se si vuole tenere la pelle addosso. Secondo lei, Liam rimarrà qualche mese nella nostra sede in attesa di ricevere un nuovo prestigioso incarico con tanto di casella nei primissimi livelli dell’organigramma. Voci insistenti lo acclamano come il futuro capo stabilimento in Polonia, quindi presto partirà e dubito che tornerà in trasferta a Milano.      
«Meglio ancora.»
«E poi si è appena separato.»
«Allora è perfetto. Figo, ferito e in partenza. L’ideale per una botta e via.»
Vorrei aggiungere il fatto che non appena arrivato alla SpeedLife si è fatto Jessica, ma non so perché preferisco evitare. Quando l’ho saputo ci sono rimasta malissimo, una reazione infantile, in fondo cosa cambia con chi va a letto Liam? Nonostante mi sia data della stupida da sola, ho provato una forte delusione sapendo che anche lui è caduto nelle grinfie di quella ninfomane.
«Le probabilità che io possa avere rapporti intimi con Liam sono meno dello zero per cento.»
«Ma senti come parli? Rapporti intimi. Si dice scopata, trombata, ripassata. Non ci deve essere nessuna relazione, anche la conversazione è facoltativa.»
Francesca sta esagerando perché se così fosse mi sentirei una donnaccia, ma non posso esternare il mio disagio visto che lei si comporta sempre in questo modo.
«Non andrai alla festa dal tuo boss sabato prossimo? Potrebbe essere l’occasione giusta.»
In effetti il dottor Bianchi ha fissato per il fine settimana la festa nella villa che possiede sul lago Maggiore. Invita tutti i suoi collaboratori con relativi accompagnatori, ma io ci sono sempre andata sola perché le uniche volte in cui avrei potuto portare Riccardo, lui era impegnato. Sabato andrò nuovamente in solitario, ma sono in ottimi rapporti con tutti e quindi non rischio momenti imbarazzanti o noiosi.
Il dottore ovviamente ha invitato anche Liam che ultimamente è la sua ombra e lo accompagna in ogni riunione e trasferta. Sarà la prima occasione sociale in cui potergli dire qualche parola e ho inevitabilmente iniziato a fantasticare.
«Secondo te dovrei flirtare con lui, davanti al mio direttore, nella sua casa e con tutti i colleghi come testimoni? Sei pazza.»
«No, devi solo indossare un vestito provocante e chiedergli di accompagnarti a casa. Devi essere molto esplicita sulle tue intenzioni. Non ti dirà di no. Gli uomini ragionano con le parti basse.»
«Non sono tutti arrapati come adolescenti.»
«Quanto sei ingenua, certo che lo sono. Tutti quanti, dal momento in cui compiono tre anni.»
Sabrina sorride con me alla battuta della nostra stramba amica, anche se per lei è la verità e non uno scherzo. Forse ha ragione considerata l’ampia esperienza in materia. Che sia così semplice? Sabrina cambia abilmente argomento mentre la cameriera ci porta il dolce, ma io non sento più nulla mentre mi crogiolo nella fantasia di essere tra le braccia appassionate di Liam O’Neill.



Prologo


11 Novembre 1989 – Bristol, Contea di Hartford

La vecchia jeep grigia di Michael Island procedeva lentamente lungo la statale che li avrebbe riportati a casa, venti chilometri di strada dissestata e poco illuminata. Quella notte la visibilità era scarsa a causa delle grosse nuvole che coprivano la luna piena e della pioggia che scrosciava ininterrottamente.
Sua moglie, accoccolata sul sedile del passeggero, stringeva forte la cintura di sicurezza e continuava a guardare con apprensione la strada, poi i loro figli seduti sul sedile posteriore e di nuovo la strada. Samuel giocava disegnando con il dito sul vetro appannato mentre il piccolo Sebastian era crollato non appena saliti in auto, dopo la festa di suo fratello John.
«Mamma quanto manca?»
Chiese Samuel mentre sbadigliava e si stropicciava un occhio.
«Ancora un pochino tesoro, papà deve guidare piano perché con questo temporale non si vede nulla.»
«Uffa, sono stanco però la festa dello zio John è stata mitica!»
Nina sorrise. Tutto quello che riguardava suo fratello minore era mitico per i suoi nipoti, del resto uno zio pilota che portava regali da ogni parte del mondo non poteva essere niente di meno di un dio.
«Davvero mitica tesoro.»
«Pensi che smetterà presto di piovere? Ormai sono tanti giorni che va avanti e il campo a scuola è una pozza di fango.»
«Non lo so tesoro, le previsioni non sono incoraggianti. Perché non esprimi un desiderio? Magari si avvera.»
«Nina no.»
La rimproverò Michael appoggiandole una mano sulla gamba come ammonimento.
«Va bene, come non detto, ma vai piano Mike. Non si vede nulla.»
«Lo so, non ti preoccupare.»
Le rispose il marito cercando di sembrare tranquillo, ma anche lui era agitato e in allerta. Guidare con quelle condizioni meteorologiche era pericoloso, per fortuna pochi chilometri li separavano da casa. Non vedeva l’ora di infilarsi a letto e di addormentarsi abbracciando Nina sotto il loro caldo piumone. Avrebbero messo i bambini a nanna, ma come sempre Sebastian si sarebbe svegliato nel cuore della notte per correre nel loro letto, accoccolandosi contro la mamma e ficcando i piedini nella sua schiena. Quel pensiero lo fece sorridere, per fortuna Samuel era abbastanza grande da dormire solo, altrimenti avrebbero dovuto comprare un letto fuori misura.
«Sam, per favore, puoi coprire Sebastian con questa copertina?»
«Certo mamma.»
Rispose diligentemente e si allungò verso la mano della madre che gli porgeva la piccola trapunta. Lei lo stava guardando sorridente quando lui intravide alle sue spalle due fari che puntavano proprio verso di loro. Un camion enorme aveva sbandato e correva senza controllo nella loro corsia di marcia, occupando tutta la carreggiata: impossibile evitare lo scontro.
«Stai giù Samuel!»
Urlò suo padre, mentre la mamma si girava per vedere la morte che le correva incontro. Senza pensarci, Samuel si voltò verso il fratellino e gli fece scudo con il suo corpo urlando:
«Ci salveremo Sebastian, ci salveremo.»
Poi sentì il fracasso dello scontro, la lamiera che si accartocciava, uno scoppio assordante e un forte odore di bruciato che gli fece arricciare il naso. Quando aprì gli occhi era sdraiato sul ciglio della strada con Sebastian tra le braccia. In lontananza il camion e quel che restava della loro jeep ardevano in un rogo che nemmeno tutta quella pioggia riusciva a contenere.
«Mamma, papà, no.»
Erano in mezzo alle fiamme e non sarebbero tornati mai più. Samuel si sentì mancare e comprese che stava per svenire, allora cercò di sollevarsi sui gomiti per mettersi a sedere e trascinò il fratellino con sé. Fu allora che vide la ferita sulla sua piccola testa. Era un taglio profondo da cui usciva tanto sangue e in mezzo al temporale non riusciva a vedere se il fratellino fosse pallido o se respirasse ancora. Fu assalito da una nuova ondata di terrore al pensiero di perdere anche lui. Scosse il suo esile corpicino mentre gli urlava:
«Sebastian, svegliati. Ti prego rispondimi.»
Ma il fratellino non si mosse di un millimetro. Era ancora vivo?
«Sebastian non morire.»
Samuel gridò mentre premeva con le piccole mani sulla lesione di suo fratello. Improvvisamente un forte dolore lo aggredì alla testa e lo fece urlare dal male. Si spaventò e si premette le tempie, ma non aveva nessuna ferita e il dolore stava già passando. Riappoggiò le mani sulla pelle di Sebastian e di nuovo fu come se mille spilli gli perforassero il cranio, ma questa volta resistette e continuò a premere sulla ferita. Nonostante l’enorme paura che gli attanagliava il cuore e il freddo che gli paralizzava gli arti, qualcosa dentro di lui gli ordinava di insistere e gli infondeva la forza per farlo.
Dopo qualche minuto di sofferenza quel tocco lo riempì di pace e di calore e Samuel sentì che le sue mani, gelide sotto l’acqua battente, si stavano scaldando fino a diventare bollenti. Si spaventò, ma l’istinto gli urlava di continuare e così premette ancora più forte le mani sulla ferita.
Finalmente Samuel sentì la sirena di un’ambulanza in avvicinamento, alzò la testa e vide tra la pioggia scrosciante il lampeggiante blu. Rincuorato guardò il fratellino e gli sussurrò:
«Arrivano i soccorsi, resisti.»
Quando Samuel spostò la mano dalla ferita, trasalì per lo shock. I capelli di Sebastian erano fradici e scompigliati, ma non si vedeva traccia di alcun taglio. Spostò delicatamente le ciocche bionde in cerca di un segno, ma non trovò nulla sulla cute liscia. La ferita era svanita.


1


27 Gennaio 2012 – Ventitre anni dopo

Sebastian Island era noto per essere dannatamente bello e sfacciatamente fortunato: in ogni occasione della sua giovane vita aveva collezionato successi e donne, molte donne, anche se nessuna durava più di una settimana al suo fianco.
Quando entrò nel caffè del campus, con al braccio l’ultima conquista, come sempre ricevette numerosi sguardi: alcuni di pura invidia da parte dei maschi e altri di grande apprezzamento da parte delle ragazze e anche di qualche ragazzo. Attraversò la sala a passo dinoccolato dirigendosi verso il suo tavolo, nell’angolo al sole vicino alle vetrate, dove lo aspettavano due suoi amici stravaccati sulle sedie.
Paul frequentava come lui l’ultimo anno della facoltà di economia e lo seguiva come fosse la sua ombra fin dal primo anno. Robert invece frequentava il terzo anno della facoltà di informatica, ma nonostante fosse il più giovane si era ritagliato un ruolo importante nella compagnia da quando era diventato un membro fondamentale della squadra di hockey di Sebastian.
«Ciao, che si dice?»
Senza nemmeno permettergli di rispondere Paul proseguì:
«È vero che la professoressa McBreak ti ha dato il massimo?»
Sebastian lo fissò di traverso con uno sguardo divertito e annuì con un lieve cenno del capo poi facendo un gesto alla cameriera ordinò:
«Un caffè, per favore.»
Si voltò verso la sua accompagnatrice e aggiunse:
«Tu vuoi bere qualcosa Mary?»
La ragazza arrossì e rispose quasi balbettando:
«Un bicchiere d’acqua gasata e mi chiamo Margot.»
Robert soffocò una risata per l’errore dell’amico sorprendendosi che a volte capitasse anche a lui di sbagliare, ma poi scrollò le spalle ricordandosi che anche se avesse chiamato ogni ragazza con il nome sbagliato, nessuna avrebbe mai lasciato il posto al fianco di Sebastian. Paul fremeva aspettando una risposta. Senza scomporsi Sebastian si rivolse nuovamente alla cameriera:
«Allora un’acqua gasata e il caffè fammelo lungo per favore.»
Lei gli rispose con un sorriso abbagliante e trotterellò felice verso il bancone per preparare la sua ordinazione che, come sempre, diventava la prima della lista anche se molti altri aspettavano di essere serviti. Robert ne approfittò per chiederle anche una coca, ma chissà se lo aveva sentito, occupata com’era a sventolarsi il viso con la mano. Paul restò ancora un attimo in attesa, poi non riuscì a trattenersi dal ribadire:
«Allora con la McBreak? Come hai fatto?»
Dopo averlo torturato ancora qualche minuto facendolo attendere impaziente, finalmente Sebastian gli rispose con un tono divertito:
«La professoressa ha convenuto che la mia preparazione fosse ottima. Perché ti stupisci Paul?»
In effetti la faccenda sembrava un miracolo. Da quando presiedeva la cattedra di economia internazionale, secondo la leggenda popolare da più di mezzo secolo, la famigerata professoressa Amelia McBreak non aveva mai dato la lode a nessuno studente, anzi d’abitudine bocciava a tutto spiano e per molti il suo esame era l’ultimo ostacolo prima della tesi. Le sue interrogazioni erano torture infinite in cui lei torchiava gli studenti con domande a trabocchetto o chiedendo il contenuto di una nota scritta in carattere microscopico a pagina trecento o giù di lì. Alla fine, se si era stati fortunati, arrivava la sufficienza scarsa e la docente ogni volta chiedeva:
«Lo accetta? Purtroppo le rovinerà la media.»
Lo studente puntualmente acconsentiva, come un condannato a morte di fronte alla grazia, quindi lei si affrettava a scarabocchiare sul libretto, ripetendo sempre la stessa spiegazione:
«Alle domande di teoria ha risposto più o meno a pappagallo, ma quando l’ho spronata a ragionare, allora lì casca l’asino!»
Spesso i suoi ex studenti continuavano a sognarla anche molti anni dopo: rinomati professionisti con una o persino due lauree alle spalle, la notte si svegliavano di soprassalto da un incubo in cui la professoressa McBreak li aveva appena bocciati. Però quando si trattava di Sebastian i miracoli accadevano e se esisteva qualcuno in grado di estorcere il massimo dei voti alla vecchia megera, quello sarebbe stato Sebastian Island. Pensandoci bene Paul si sorprese di essersi meravigliato e concluse:
«Mi stupisce che non ti abbia dato di più, amico mio!»
Sebastian gli sorrise in risposta e fece spazio alla cameriera che portava il vassoio con le bibite. Se lo mangiò con gli occhi mentre appoggiava il caffè di fronte a lui poi passò un bicchiere d’acqua a Margot senza degnarla di uno sguardo. Robert afferrò la sua bibita dal vassoio scuotendo la testa alla vista di tanta sfacciataggine. Dopo aver bevuto il caffè Sebastian fece per alzarsi e allora Robert gli chiese:
«Te ne vai subito? Ci vediamo stasera al pub?»
Margot, che fino a quel momento aveva sorseggiato l’acqua in silenzio, lo guardò con aria speranzosa allora Robert aggiunse:
«Per una bella bevuta tra uomini.»
Ci mancava solo che la bambolina stupida si appiccicasse addosso a Sebastian nelle loro serate al pub. Robert non capiva come il suo amico potesse sopportare tutte quelle pupattole che gli giravano intorno, certo erano bellissime, ma messo da parte l’aspetto esteriore rimaneva il vuoto più totale. Erano tutte oche, interessate solo agli abiti di marca e alle belle automobili sportive, che tiravano avanti ad acqua e insalata e che non avevano nulla di interessante da condividere.
«No, stasera andrò da Samuel.»
«Tuo zio è già tornato in città?»
Indagò Robert curioso, ben sapendo che quando lo zio John, un uomo considerato da tutti loro un genio per il suo stile di vita, tornava a casa la famiglia, o quel che ne restava, si riuniva.
«No, credo sia dall’altra parte del mondo in questo momento. Devo vedere solo mio fratello: mi ha cercato più volte negli ultimi giorni, ma non l’ho richiamato perché dovevo occuparmi di Amelia.»
Affermò Sebastian sottolineando in modo ironico l’ultima parte della frase.
«Certo, te ne sei occupato eccome.»
Esclamò Paul mentre rideva e porgeva a Sebastian la mano per battere il cinque. Robert si unì alle risate mentre Margot restò in silenzio con un’espressione confusa dipinta sul viso bellissimo, di sicuro non aveva capito la battuta. Probabilmente per compensare tanta bellezza doveva mancare in altro, sentenziò Robert e lanciò uno guardo eloquente agli amici che annuirono concordi.
«Già, allora ci vediamo domani.»
Esclamò Sebastian mentre si alzava. Margot li salutò timidamente e se ne andò felice al fianco del suo accompagnatore. Mentre percorrevano il vialetto in direzione del parcheggio, Sebastian camminava disinvolto ricambiando i saluti di tutti quelli che incrociavano. Margot era orgogliosa di essere con uno studente così bello e popolare, tanto che camminava tenendo il seno prosperoso in fuori e il mento leggermente sollevato. Nel parcheggio della scuola, arrivati di fronte alla sua corvette rossa fiammante, Sebastian le rivolse la parola per la prima volta da quando erano usciti dal bar:
«Vieni Margot, ti accompagno a casa.»
Le aprì la portiera e lei salì in auto lusingata da quel gesto galante, pensando che in fondo lui ci teneva a lei, anche se aveva avuto un lapsus con il nome: una piccola innocente dimenticanza. Stavano insieme, o si frequentavano, da solo pochi giorni: il sabato precedente Margot era andata al pub con la speranza di vederlo e di potergli parlare. Si era messa tutta in ghingheri: i lunghi capelli sciolti in una cascata bionda e le labbra rosse come il vestito sexy che aveva scelto. I suoi sforzi erano stati premiati ed era riuscita a farsi notare da lui.
Margot lo aveva fissato mentre Sebastian la squadrava dalla testa ai piedi e si allontanava dal suo gruppo di amici per andarle incontro. Avevano chiacchierato di qualcosa, ma lei non si ricordava l’argomento tanto era forte l’emozione che provava nello stargli vicina. Poi lui l’aveva accompagnata a casa e si erano scambiati baci appassionati. Sì, lui doveva decisamente tenere a lei, si rassicurò Margot.
Il rombo del motore la distrasse dai suoi pensieri e si voltò a guardare Sebastian mentre guidava sicuro fuori dal parcheggio. Quel giorno portava i capelli scompigliati e un ciuffo ribelle gli ricadeva sugli occhi, due pozze verdi screziate da pagliuzze dorate. Era uno sguardo che non lasciava scampo, da togliere il fiato e la volontà. La pelle era bianca, non una sola lentiggine compariva su quel volto dai lineamenti forti eppure delicati.
Margot deglutì mentre abbassava lo sguardo sulle labbra carnose fatte apposta per baciare e per farlo come un dio. Scese ancora più giù ad ammirare le spalle larghe e i pettorali ben definiti e a quel punto dovette distogliere lo sguardo perché si sentì avvampare e non voleva farsi scoprire ad arrossire.
Sebastian non si voltò mai, guardava dritto davanti a sé immerso nei suoi pensieri. Quando mise la freccia e si accostò alla sua casa, Margot si rattristò perché non voleva scendere dall’abitacolo, così disse stupidamente:
«Allora non vuoi portarmi a conoscere tuo fratello?»
Sebastian la guardò fugacemente e rispose senza pietà di no, cosa che la fece vergognare all’istante e arrossire abbassando lo sguardo. A quel punto lui sembrò dispiacersi per la sua condizione, così aggiunse sfiorandole una guancia:
«Non preoccuparti, dimentichiamoci di questo argomento. Non parleremo mai più della mia famiglia, ora salutiamoci in modo appropriato.»
Il comando si insinuò lento nella mente della ragazza che apparve confusa, vacillò un istante e poi con la testa vuota si avvicinò per posare le labbra rosse su quelle di Sebastian. Dopo quel breve bacio Sebastian le sorrise e le intimò:
«Ora vai a casa e non pensarmi più. Trascorri una bella serata.»
L’imposizione giunse nuovamente nella mente di Margot, come una nebbiolina che si insinua dalle finestre e lei annuì mentre scendeva dalla macchina. Restò impalata sul marciapiede a guardare l’automobile che si allontanava poi entrò in casa spensierata.


2


Erano passate le otto di sera quando Sebastian entrò nel parcheggio dell’ospedale dove lavorava Samuel. Era un luogo che non gli piaceva e cercava di evitarlo, ma da quando suo fratello aveva cominciato il tirocinio di medicina era stato costretto ad andarci qualche volta per poter parlare con lui. Nei giorni precedenti Samuel lo aveva cercato al telefono e gli aveva lasciato messaggi in segreteria chiedendogli di richiamarlo perché doveva comunicargli qualcosa di importante, niente di preoccupante aveva aggiunto, ma aveva bisogno di vederlo al più presto.
Lui non lo aveva considerato perché era troppo preso dall'esame con la professoressa McBreak, il suo ultimo ostacolo prima della tesi e della laurea. Quella sera aveva deciso di vederlo di persona perché voleva sbandierargli in faccia il suo successo e per assicurarsi che non se la fosse presa per non essere stato richiamato, anche se era certo di no: suo fratello, a differenza sua, non era il tipo che si arrabbiava per una cosa del genere, anzi sembrava non conoscere affatto la collera.
Sebastian non era incuriosito dalla notizia annunciata in segreteria perché, conoscendo suo fratello, dava per scontato che fosse una nuova iniziativa di solidarietà o un progetto per fare del bene alla collettività: Samuel era piuttosto prevedibile nella sua illimitata generosità.
Sebastian trovò facilmente un posto libero perché a quell’ora le visite non erano più permesse e il parcheggio si svuotava in fretta. Era certo di trovarlo ancora al lavoro perché il ligio dottor Island si fermava sempre oltre la fine dei suoi turni, che comunque duravano molto più del lecito. Come facesse un medico a restare lucido e a non commettere errori dopo dodici ore filate di lavoro era un mistero, o forse un miracolo. Commettere un errore in sala operatoria non era come sbagliare un dato nella stesura di un bilancio o bruciare un hamburger per distrazione. Sebastian non si sarebbe mai fidato di un medico che aveva lavorato così tante ore, magari di notte e con poco sonno alle spalle. In realtà non si sarebbe mai fidato di nessun medico e basta, ma per fortuna non aveva mai dovuto farlo e mai gli sarebbe successo in futuro.
Quando Samuel terminava il turno di lavoro, si fermava spesso a prestare servizio volontario come membro delle squadre di primo intervento oppure come docente delle lezioni di primo soccorso oppure ancora come semplice compagnia per i pazienti del reparto pediatrico. Una volta Sebastian lo aveva persino visto con addosso uno di quei nasi rossi da pagliaccio, mentre cercava di annodare un palloncino per dargli la forma di un cagnolino. In pratica suo fratello viveva in ospedale e tornava a casa solo di passaggio.


La loro casa era vuota da tempo. Negli ultimi cinque anni Sebastian si era trasferito a vivere vicino all’università, condividendo un appartamento con Paul e Nicholas. Lo zio John tornava di rado in città e negli ultimi tempi aveva preso l’abitudine di alloggiare in albergo, forse per non disturbare i nipoti o forse perché non aveva mai sentito come sua la loro casa, la casa che avevano comprato i loro genitori, la casa della sua defunta sorella.
Quando erano rimasti orfani, soli al mondo senza altri parenti se non quello zio scapestrato, avevano rischiato di finire in una struttura di accoglienza. L’assistente sociale aveva sentenziato che lo zio non fosse assolutamente adeguato per il compito di tutore perché, oltre ad essere scapolo, era sempre assente per lavoro e il suo appartamento non era minimamente adatto ad accogliere due bambini.
Lo zio si era allora impegnato a cambiare casa, trasferendosi nella villetta dove erano nati e si era fatto assegnare ai voli di corto raggio, rinunciando per qualche anno a quelli intercontinentali che adorava. Inoltre aveva assunto in pianta stabile la signora West, una vicina di casa a cui i bimbi erano affezionati, in veste di bambinaia quando lui fosse stato assente. In realtà la donna era molto più che una baby-sitter e di fatto si occupava anche di pulire casa, di fare la spesa, di cucinare e pagare le bollette perché ripeteva sempre:
“Succederà che il signor John, con la testa tra le nuvole, se ne dimenticherà e ci troveremo al freddo e al buio.”
L’impegno dimostrato dalla signora West nei loro confronti era stato decisivo nella scelta del giudice di accordare la patria potestà allo zio e negli anni successivi lei era stata una presenza rassicurante nella vita dei fratelli.


Le gocce di pioggia che iniziarono a ticchettare sul parabrezza distolsero Sebastian dai ricordi, riportandolo alla realtà. Aprì la portiera e uscì dall’auto, riparandosi dalla pioggia con il cappuccio della giacca a vento. Si affrettò verso l’entrata del pronto soccorso, diretto al banco di accettazione. L’infermiera di turno, una cinquantenne che aveva intravisto altre volte ma di cui non si ricordava il nome, gli fece un cenno di saluto con la mano.
«Buonasera Sebastian, è un po’ che non ti vedo da queste parti. Come stai?»
«Buonasera, Clarisse.»
Fece in tempo a sbirciare il nome scritto sul cartellino.
«Sono stato preso con gli ultimi esami all’università. Sa dove si trova mio fratello?»
«Oh congratulazioni, allora presto avremo un altro dottor Island?»
Sebastian sorrise perché il pensiero di essere chiamato con quel titolo gli trasmetteva ilarità.
«Devo ancora terminare la tesi, ma spero di laurearmi entro fine anno.»
«Due fratelli, uno più bravo dell’altro. I vostri genitori sarebbero così fieri di voi.»
Rispose l’infermiera, poi continuò con voce mielosa:
«Tuo fratello è in pediatria, è così buono con quei poveri bambini. Se tutti i medici fossero come lui.»
«Grazie.»
Tagliò corto Sebastian, interrompendola per evitare di sentire per la milionesima volta la lista infinita delle virtù del suo meraviglioso e generoso fratello e si avviò verso le scale per salire al secondo piano. Terminata l'ultima rampa, si imboccava un corridoio con le pareti decorate da disegni colorati. La striscia verde in basso rappresentava il prato, arricchito con fiori vivaci, su cui si posavano farfalle variopinte e cespugli da cui sbucavano simpatici coniglietti. Su quell’erba verde passeggiavano bimbi spensierati che ridevano e guardavano in alto gli aquiloni leggiadri che svolazzavano nel cielo blu. L’ambiente era stato reso il più piacevole possibile per distrarre i piccoli ospiti durante il ricovero.
Sebastian sentì delle risate provenire dalla stanza in fondo al corridoio e proseguì fino alla porta di ingresso. Sbirciando dentro vide che i bimbi erano seduti in cerchio sul grande tappeto morbido e si tenevano per mano. In mezzo a due di loro sedeva a gambe incrociate suo fratello, mentre leggeva la storia della buona notte prima che i bimbi tornassero nei loro lettini.
La bambina alla sua destra sembrava molto piccola, così magra e pallida, ma doveva essere in età scolare perché la vide spingersi sopra il libro e muovere le labbra mentre leggeva. A sinistra invece era seduto un bambino pallido e scheletrico con un pigiama rosso fuoco e una bandana in testa con una macchina da corsa stampata sopra. Purtroppo doveva essere un ospite fisso del reparto.
«E così il lupo cattivo si bruciò tutta la coda e tornò nel bosco a pancia vuota e i tre fratellini vissero per sempre felici e contenti.»
Terminò Samuel chiudendo il libro con un gesto teatrale. I bimbi applaudirono e Sebastian sorrise quando sentì i più piccoli chiedere entusiasti:
«Ancoa, ancoa.»
Samuel guardò i suoi adorabili spettatori e sorridendo rispose:
«Ora si va a nanna piccoli, dormite bene e fate tanti sogni d'oro.»
Le due infermiere che erano nella stanza aiutarono i bimbi ad alzarsi e li ordinarono in due file, poi tenendosi per mano uscirono tutti.
«Ciuf ciuf, trenino per nannalandia!»
Cantava una delle infermiere. Sebastian si scostò dalla porta per fare uscire le due file e quando il bimbo con la bandana rossa gli passò accanto, lo vide salutarlo con un bel sorriso da angioletto. Sebastian lo ricambiò e gli diede una carezza sulla testa. In quel momento Samuel si accorse della sua presenza e gli fece un cenno di saluto con la mano.
«Ciao, allora non mi stai ignorando del tutto.»
Samuel lo raggiunse e gli appoggiò la mano sulla spalla per tirarlo a sé in uno dei suoi abbracci fraterni.
«Certo che no, sono solo stato preso con l’ultimo esame.»
Gli rispose Sebastian mentre si staccava dal fratello imbarazzato.
«Hai dato l’ultimo esame? Bravo, congratulazioni.»
Un altro abbraccio veloce.
«Già, ho chiuso in bellezza con il massimo.»
Si pavoneggiò Sebastian distaccandosi nuovamente dalla stretta del fratello maggiore. Mentre stava per cominciare il racconto di come avesse scritto un’altra leggenda nella storia della facoltà, Samuel sbadigliò. Aveva gli occhi arrossati e cerchiati di nero come se non dormisse da giorni.
«Da quante ore sei in ospedale esattamente?»
«Ho attaccato alle cinque stamattina.»
Rispose Samuel scrollando le spalle come se fosse una normale abitudine.
«Ci sono tante cose da fare qui, ma ho finito per oggi. Usciamo insieme?»
Samuel si avviò verso l’ascensore, posando una mano sulla spalla di Sebastian per indicargli la direzione.
«Ok, dove vuoi andare a parlare? Ci facciamo una birra al pub qui di fronte?»
Samuel guardò l’orologio che indicava le nove e passandosi una mano fra i capelli rispose:
«Meglio andare a casa, vorrei parlarti lì.»
«Sì, magari in pantofole di fronte a una camomilla. Che noia fratello, non possiamo uscire per una volta?»
«Vorrei spiegarti tutto con calma, è meglio a casa. Dovrebbero esserci un paio di birre in frigo.»
«Certo, quelle che avevo comprato io l’ultima volta che lo zio è tornato.»
Sbuffò spazientito Sebastian poi capitolò:
«Va bene, allora andiamo a casa, ma cosa mi devi dire di così importante? Un piccolo indizio?»
«È una faccenda complicata, devo raccontarti tutta la storia fin dall’inizio.»
Rendendosi conto che poteva farlo preoccupare, Samuel aggiunse sorridendo:
«Niente di brutto, anzi è una bella novità.»
Sebastian lo osservò stranito: suo fratello era entusiasta, gli luccicavano gli occhi e sembrava quasi felice.
«Una faccenda complicata e una bella novità. Si tratta forse di una femmina?»
Gli chiese Sebastian fissandolo con attenzione mentre la speranza si affacciava nella sua mente.
«Veramente?»
Lo interruppe sorpreso Sebastian, mentre un gran sorriso si allargava sul suo viso. “Samuel ha una donna? Alleluia!”
Suo fratello non aveva più guardato una donna da quando Alice era uscita dalla sua vita, sparita nel nulla cinque anni prima, portandosi via il suo cuore. Sebastian temeva che non si sarebbe mai ripreso dal dolore di quella perdita e a dire la verità Alice era mancata tanto anche a lui. Invece ora Samuel aveva conosciuto un’altra donna: impossibile, incredibile. La curiosità divampò dentro di lui, doveva essere una persona a dir poco speciale per aver risvegliato il cuore di Samuel dal freddo gelo in cui era sprofondato.
«E chi è?»
«Per favore preferirei spiegarti tutto con calma a casa.»
Sebastian non aveva nessuna intenzione di aspettare, gli avrebbe scucito all’istante ogni dettaglio riguardo alla donna misteriosa. Mentre stava per ripartire all’attacco con le domande, fu interrotto da un’infermiera che correva verso di loro. Nelle sue intenzioni, la donna di certo voleva correre velocemente, ma il suo fisico corpulento si muoveva come al rallentatore e ad ogni passo il seno prosperoso ballonzolava su e giù. Sebastian trattenne a stento una risata quando se la trovò di fronte con le guance rosse come peperoni e l’aria trafelata.
«Dottor Island, un’emergenza al pronto soccorso. Il dottor Simmons è già andato a casa e Brad.» Arrossì violentemente. «Il dottor Nixel, intendevo dire, è impegnato in sala operatoria.»
Mentre Sebastian si domandava dove diavolo fossero gli altri medici, suo fratello non accennò nemmeno a protestare e senza esitazioni partì di corsa verso le scale. Mentre lo guardava allontanarsi come un razzo, sentì Samuel che gli urlava:
«Ti aspetto domani sera a cena, così ti spiegherò tutto. D’accordo?»
Sebastian fece solo in tempo ad accennare un assenso che suo fratello era già sparito dalla sua vista. Mentre usciva dal palazzo e si avviava al parcheggio, Sebastian imprecò tra sé per essere stato mollato su due piedi senza risposte. Possibile che non ci fosse un altro dannato medico reperibile? Samuel era lì dalle cinque di mattina, ben oltre le sedici ore filate: era davvero troppo. L’unica conclusione sensata era che la direzione dell’ospedale si approfittasse della disponibilità di suo fratello. Quando sei troppo buono finisci sempre per essere sfruttato, sentenziò. E poi per che cosa? Uno stipendio da fame, nessuna tutela e senza contare che la parola “vacanze” non era contemplata. Sebastian scosse la testa: non avrebbe mai capito fino in fondo le motivazioni di suo fratello.
Aprì la portiera dell’automobile e salì a bordo, accese il motore e mise la ventilazione dell’aria rivolta verso il parabrezza appannato. Mentre aspettava che il vetro si schiarisse, ripensò alle parole di suo fratello. Riassumendo Samuel gli aveva detto che aveva una novità: bella, ma complicata e riguardava una donna. Quindi suo fratello frequentava qualcuna, dopo cinque anni di solitudine in cui non aveva degnato nessun altra di uno sguardo.
Chi mai poteva essere riuscita nell’impresa di conquistarlo? E poi quando poteva averla conosciuta? Samuel praticamente viveva in ospedale: non usciva, non aveva hobby né altri impegni che non fossero legati alla sua missione medica. Doveva averla incontrata in ospedale: un’infermiera sexy? Sebastian sorrise all’idea di suo fratello, integerrimo nel suo dovere, sedotto sul divano nella saletta medici. No, non poteva essere una ragazza normale perché Samuel non le vedeva nemmeno. Lui viveva nel ricordo di Alice, disperato perché non sapeva che fine avesse fatto, ma con la speranza segreta di poterla riavere un giorno.
Forse il tempo guarisce davvero ogni ferita? No, non quella ferita, era impossibile.

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